“Sono lituana, ma soprattutto sono europea” (Ina).  Dopo un’esperienza di Erasmus in Spagna, una di volontariato europeo a Forlì e uno di lavoro a Modigliana, “inizi a pensare a quale sia la tua identità – spiega Susana, originaria del Portogallo –, ma la risposta è che più di portoghese, spagnola o italiana, io mi sento anzitutto europea, lì ci sono i miei valori”. “La semplicità di poter circolare, per noi giovani è fondamentale” (Fatima, italiana in un progetto di scambio a Derry, Nord Irlanda). È arrivata dai giovani la risposta più efficace a quel che significa essere europei oggi in occasione del convegno nazionale Fisc “Colori d’Europa. Le sfide del terzo millennio” che si è svolto a Faenza e Forlì (per festeggiare i 120 anni del settimanale diocesano Il Piccolo e i 100 del Momento) il 17 e 18 maggio. Un’Europa di persone quella raccontata da alcuni giovani nelle loro esperienze di scambio, spesso lontana da quella istituzionale. Un’Europa dalle radici profondamente cristiane (della sua spiritualità ci ha parlato suor Audrè Pascale, della fraternità monastica di Gerusalemme, vedi articolo qui a fianco), anche se non riconosciute, che ha bisogno di molte riforme per ritrovare la sua identità, per tornare ad essere madre invece che nonna o matrigna (Papa Francesco) ma che sembra essere l’unica alternativa di pace, diritti e solidarietà per il futuro. Un’Europa da raccontare, come cercano di fare i settimanali cattolici, e tra essi anche Risveglio Duemila, ancorati al territorio ma con uno sguardo che va oltre. Di questo si è parlato al convegno “Colori d’Europa”: l’Europa per noi è una sfida, che si rilancia sul territorio. come ha spiegato in apertura di convegno il direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Ceer (Conferenza Episcopale emiliano-romagnola) Alessandro Rondoni: “Saremo capaci di fare Europa se riuscire, come media, a fare squadra”. “La cultura, d’altra parte, è in grado di superare i muri. E infatti costruire l’Europa vuol dire unire ciò che oggi è diviso. E la costruiamo raccontando, non i valori, ma la storia concreta degli uomini e delle donne che la abitano”. L’uomo europeo, prosegue Rondoni, è tale perché è capace di tessere relazioni, perché è un uomo in relazione, a partire da quella con il trascendente. “L’Europa quindi non si costruisce con la polizia, ma con uomini capaci di fare comunità”. “Come disse Guardini ‘O l’Europa si fonda su Cristo o non può esistere’ – ha chiarito nella sessione pomeridiana del convegno mons. Tommaso Ghirelli, vescovo di Imola –. Questo non vuol dire imporre una visione dottrinale, ma il riconoscere che di fatto l’Europa si è costituita su questa base e da questa non può prescindere se non rinnegando se stessa”. “L’Unione europea è entrata in crisi soprattutto perché è rimasta allo stadio di progetto incompiuto – ha aggiunto il vescovo di Faenza, monsignor Toso: “una democrazia politica europea, come anche ogni democrazia nazionale, presuppone l’unione morale di un popolo o, meglio, di un noi-di-popoli, senza cui resterebbe priva di anima propulsiva. Urge un popolo convintamente europeo. Da un punto di vista valoriale, prima ancora di essere Unione dei mercati, l’Europa dovrebbe essere unione di popoli, ossia un noi-unione morale di persone-cittadini, protesi verso la realizzazione del bene comune”.

“L’Europa non solo è la mia culla, è la mia vita, è me stesso insieme a tanti altri ­– ha concluso mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza, relatore al convegno anche per la sua esperienza nel Comece –. E se dicessi che l’Europa è finita, è morta, dovrei riconoscere che anch’io sono morto. Ma se l’Europa non è morta, può avere malattie che devono essere individuate e possibilmente curate”. Ad esempio, quel deficit di memoria denunciato da diversi pontefici, e, tra essi, papa Francesco, che porta a riconoscere le radici cristiane d’Europa solo di fronte a Notre Dame in fiamme. “Non si sta in piedi senza radici. E nemmeno senza un orizzonte”.