“Non è certo Davos il luogo dove si prendono decisioni su questioni così importanti, come quella della povertà e del clima. A Davos si celebrerà la liturgia della religione capitalistica, una grande fiera. Se veramente volevano fare cose importanti, andavano decise a Madrid, alla Cop 25, summit che però è fallito”. È spietato l’economista Luigino Bruni nel valutare i possibili esiti delle discussioni che ha preso il via martedì 21 gennaio a Davos, per la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale. Quattro giorni di incontri, eventi, conferenze stampa sul tema “Stakeholder per un mondo coeso e sostenibile”. Sono presenti 53 capi di Stato e 600 esponenti delle élite mondiali che controllano finanza e poteri globali. Bruni, docente di Economia politica alla Lumsa, è stato scelto da Papa Francesco per coordinare il Comitato scientifico internazionale che sta organizzando ad Assisi l’incontro “The Economy of Francesco” in programma dal 26 al 28 marzo.

Professore, i potenti di Davos hanno messo quest’anno a tema anche la questione del cambiamento climatico. È un buon segno?

“È una scelta ovvia, visto che la questione ambientale è il tema del momento e non potevano non parlarne. Il problema è che questo tipo di persone non possono essere convertite. Questi top manager non si commuovono perché vedono il pinguino morire o il ghiacciaio sciogliersi o l’Australia andare in fiamme. Questi hanno bilanci trimestrali da rispettare e se non li rispettano li licenziano. Non possiamo essere così ingenui da pensare che si possono commuovere e cambiare vita. L’unica speranza vera e importante che intravedo per il pianeta è la parte che i cittadini possono svolgere”.

Quale?

Un ruolo di protesta e quindi di penalizzazione dei prodotti che non rispondono a scelte forti e radicali. Sono importanti anche le leggi degli Stati e di organismi internazionali come l’Unione europea che possono decidere di mettere vincoli maggiori. Ma è una pia illusione pensare che i potenti della terra si riuniscano in un hotel a cinque stelle per parlare delle sorti dei poveri. I ricchi non hanno mai salvato i poveri nella storia dell’umanità”.

Davos si apre all’indomani della ricerca “Time to Care” sulla diseguaglianza globale di Oxfam. Sarà ascoltato il “grido dei poveri”?

“Non è mai stato il ricco Epulone ad aiutare Lazzaro nella storia dell’umanità. La povertà del mondo si affronta con altri criteri. Non a caso, per l’incontro ‘The Economy of Francesco’ noi andremo ad Assisi, una città che di per sé è simbolo di un messaggio sulla povertà e sulla ricchezza. Quella di Davos è l’economia di Bernardone – che era il padre di Francesco -, l’economia dei mercanti”.

L’incontro di Assisi invece come si pone?

Noi ad Assisi puntiamo sui giovani perché se vogliamo sperare, dobbiamo sperare con loro. Assisi nasce con i giovani, nasce dall’idea del Papa di parlare a chi si sta formando oggi per una economia di domani, a persone che hanno ancora una capacità e una disponibilità al cambiamento. E poi Assisi sarà un luogo dove i giovani saranno ascoltati”.

Le disuguaglianze crescono e il pianeta sta bruciando. L’economia mondiale ha capito che rimangono pochi anni ancora?

“Ci sono realtà del mondo che sono convinte che il capitalismo è il sistema migliore da mettere in atto anche perché consente a 7 miliardi di persone di sopravvivere a fronte dei 4 miliardi stimati 30 anni fa. Detto questo, bisogna però anche aggiungere che è vero che siamo entrati nella zona Cesarini del pianeta e che abbiamo pochissimi minuti ancora nell’ottica dei tempi. Ma dico anche che non saranno i potenti a salvarci. Saranno i bambini, la gente, sarà tutta la ‘voce’ dal basso. Sarà una reazione del popolo a costringere le aziende e i sistemi economici a cambiare. Il mestiere delle imprese è vendere e se la richiesta cambia, loro necessariamente devono adattare l’offerta al cambiamento dei comportamenti e delle scelte dei consumatori”.