Gentilissimo Direttore,

Con questo scritto, che intende essere una lettera aperta all’Arcivescovo e ai sacerdoti della nostra Diocesi di Ravenna,  mi permetto di esprimere un personale  disagio per le anticipazioni sul progetto di riordino della Diocesi, di cui all’articolo “Meno parrocchie per essere più Chiesa” (Risveglio Duemila del 10 gennaio 2020): un disagio derivante non tanto dalla prospettiva di accorpamenti e fusioni di parrocchie (inevitabile),  ma dall’ottica e dalle considerazioni che la accompagnano. La mia sensazione è che, davanti al calo  del numero dei sacerdoti, ci si stia  sforzando di trovare il modo di continuare a fornire alla popolazione, in futuro, quello stesso modello di parrocchia “all inclusive”, con servizi pastorali/ assistenziali specifici e mirati per ogni categoria e fascia di età, a cui i fedeli sono così abituati da darlo per scontato, quasi “dovuto”.
Questo però è il modello di parrocchia tipico di un’epoca in cui la Chiesa era fortemente radicata nella società italiana, e ricca di mezzi e di energie. Ma lo scenario socio ecclesiale sta cambiando troppo, e troppo in fretta, per potersi illudere che  basterà progressivamente accorpare territori parrocchiali, in modo da garantire numericamente la “massa critica” dei fedeli, per riuscire a prolungare  quella straordinaria vitalità e capacità di incidenza sociale delle parrocchie nelle quali noi adulti siamo cresciuti, perché dalle analisi delle fasce di età dei praticanti possiamo già sapere che questi sono solo i primi scricchiolii di un vertiginoso crollo del numero dei fedeli, e non solo del numero dei preti. Per non parlare del declino degli ordini di suore di vita attiva (per secoli la vera spina dorsale di ogni forma di welfare ecclesiale), e del calo progressivo di ogni forma di entrata economica della Chiesa, dovuti a una sempre maggiore estraneità / ostilità alla Chiesa della popolazione e delle rappresentanze politiche da essa espresse. Troppo pessimista? Io penso solo di essere realista, e che in questo crinale storico non sia risolutivo impegnarsi, finché ci si riesce, per “fare, in modo nuovo, quello che si è sempre fatto”, ma che sia il momento di cominciare a prepararsi al futuro, concentrandosi sull’essenziale, e rinunciando, se necessario, a tutto ciò che non è la specifica missione della Chiesa. E questo vale, a maggior ragione, per il ruolo e i compiti propri dei sacerdoti.


Quando saremo diventati una diocesi con venti o dieci sacerdoti, e solo una decina di chiese aperte in tutta la città, ( e non mancano poi così tanti anni…)  noi fedeli per forza impareremo a considerare  prezioso il tempo dei nostri sacerdoti. Potremo chiedere loro solo che amministrino i sacramenti e ci spezzino la Parola, il loro compito essenziale, nel quale non possono essere sostituiti da nessuno. E per partecipare all’Eucaristia domenicale ci sposteremo eccome, per forza lo faremo: l’Eucaristia è il nostro tesoro più prezioso. Che cristiani saremmo,  se non fossimo disposti a fare pochi chilometri, e barattassimo la celebrazione dell’ Eucaristia con “una liturgia della Parola presieduta da un diacono con distribuzione della Comunione”?

Siamo in pianura, in un territorio fortemente urbanizzato, con una  popolazione abituata a una mobilità continua per tutte le esigenze della vita  quotidiana. Che senso ha anche solo evocare una tale ipotesi, e che effetti può avere, se non quello di influire inevitabilmente sulla percezione dei fedeli, indebolendo la consapevolezza della differenza sostanziale fra il significato e il valore della Messa e quello di una liturgia presieduta da un  diacono? Nei casi in cui si trattasse di piccoli numeri, perché non pensare semplicemente a una comunità parrocchiale che si organizza con qualche auto e, con gli adulti e i giovani che offrono un passaggio a chi non guida più, si sposta insieme per partecipare unita alla Eucaristia nella frazione vicina? Altrimenti si finirebbe non con il preservare la unità della comunità, ma con il dividerla ulteriormente, tra famiglie giovani – che si sposterebbero comunque, per portare i bambini al catechismo – e anziani.
Andiamo incontro a tempi in cui essere cristiani, e tramandare la fede ai figli, richiederà sempre più convinzione e anche capacità di sacrificio, che poi è la misura e nello stesso tempo il terreno di crescita dell’amore. Anche dell’amore per il Signore. Guidateci a questo.
Alleggerite piuttosto sempre più i sacerdoti dalle attività burocratiche, organizzative, socio assistenziali… Non è questo che vogliamo da loro. Vogliamo solo che siano sacerdoti, che siano santi, e che guidino anche noi alla santità facendoci innamorare di Cristo. Valeria Pigozzi

Gentilissima Valeria,

Grazie per la sua lettera che evidenzia come il momento che stiamo attraversando, come Chiesa locale sia un vero cambio d’epoca che ha bisogno di un dialogo franco tra laici e sacerdoti e delle idee di tutti. Grazie anche per il suo tono che offre un punto di vista ma con la volontà di dialogare. Io onestamente non so come progettare oggi la Chiesa di domani, ma so che i nostri preti ci stanno ragionando da tempo, confrontandosi con le Diocesi vicine. E da ancor più tempo ci stanno pregando su.

“Il cambiamento in corso è profondo”: sono d’accordo con lei, ma non credo tragico. Come ha detto l’Arcivescovo all’assemblea della scorsa settimana a Milano Marittima “C’è fuoco sotto la cenere”: cioè c’è un infinito desiderio di Dio nella nostra gente che va certamente connesso con un’esperienza di Chiesa, che (in parte) deve cambiare forma. Ma come? “Concentriamoci sull’essenziale”, come dice lei.

Come ha spiegato qualche tempo fa ai sacerdoti monsignor Vezzoli, presidente della Commissione Ceer per la Liturgia, “al centro del Giorno del Signore c’è l’Eucaristia, ma essa non è l’unico elemento sul quale si fonda la celebrazione della domenica. Ci sono altri tre pilastri: la Parola, la comunità e la preghiera”. Questi tre (essenziali) elementi sono presenti nella Liturgia della Parola presieduta da un diacono (che fa parte del clero, anche se non è un sacerdote), così come la distribuzione dell’Eucaristia. Intendiamoci, è essenziale l’Eucaristia, ma anche la Paola lo è.

E probabilmente non si valorizza con quello che sempre Vezzoli chiama lo “stillicidio sacramentale” a cui rischiamo di andare incontro obbligando i sacerdoti a celebrare 3, 4,5 Messe ogni domenica. La soluzione che propone di organizzarsi tra fedeli, è ottima! Ma non si può imporre dall’alto. E spesso le persone più anziane sono estremamente attaccate alla loro chiesa: la proposta si può fare ma, al contempo, occorre dare strumenti a tutti per vivere un momento forte alla settimana. Insomma, nessuno pensa di avere soluzioni semplici in tasca. Continuiamo a discuterne. Per costruire insieme la Chiesa di domani.

Daniela Verlicchi