Uno dei tavoli di lavoro dell'incontro di Bari "Mediterraneo, frontiera di pace", (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“L’irrilevanza non è il destino dei cristiani. Non lo è neanche nel Mediterraneo del XXI secolo”. Adriano Roccucci, nella relazione ha aperto la terza giornata di lavori dell’incontro “Mediterraneo frontiera di pace”, promosso dalla Cei a Bari, ha lanciato un vero e proprio appello ai vescovi delle due sponde del Mare Nostrum. “Nel nostro tempo non possiamo rassegnarci all’insignificanza di una qualche funzione residuale di carattere decorativo o identitario o consolatorio”, la proposta del relatore, a partire dalla consapevolezza che “c’è sete di pace nel Mediterraneo ferito da troppi conflitti”.

“Fare il possibile e l’impossibile per facilitare la fine delle guerre, per favorire i processi di riconciliazione”, la responsabilità dei cristiani, in un contesto in cui “molte comunità cattoliche hanno vissuto e continuano a vivere il dramma della guerra nei loro Paesi”, come in Medio Oriente. “Si sta affermando una riabilitazione della guerra, considerata strumento legittimo per risolvere situazioni conflittuali e per perseguire obiettivi politici”. Di qui l’urgenza dell’educazione alla pace, compito che “le comunità cristiane sono chiamate ad affrontare con urgenza e creatività. Educare alla pace per sconfiggere l’odio”. La Chiesa, per Roccucci, “è chiamata a calmare e non attizzare le passioni nazionali, ad abbattere i muri che dividono le società e a costruire ponti di riconciliazione”. Preoccupano il risorgere di antisemitismo e il fondamentalismo, che “sfigura il volto dell’islam” e rende il rapporto tra cristiani e musulmani travagliato. Eppure oggi il Mediterraneo, “nella tormenta di tanti conflitti e nelle difficoltà di nuovi ambiti di convivenza, torna a essere uno spazio decisivo per costruire un nuovo quadro di convivenza e di dialogo”.

“Il fenomeno migratorio è questione mediterranea, ed è questione di tutte le Chiese del Mediterraneo”, l’altro tema della relazione, in cui Roccucci ha citato gli oltre 19.000 morti tra il 2013 e il 2019. “Di fronte a questa enorme tragedia non si può far finta di niente innanzitutto per un senso di umanità”, l’appello: “Così come non si può far finta di niente di fronte alla condizione di profughi e migranti nei campi sulle isole greche o in Libia. È una domanda che riguarda tutti, chi vive a nord del mare e chi vive a sud o a est di esso”. No alla “logica cinica della globalizzazione dell’indifferenza”, sì invece ad esperienze come i corridoi umanitari, che consentono a famiglie e persone in condizioni di vulnerabilità di raggiungere l’Europa dal Libano e dal Corno d’Africa in modo legale e sicuro.

“Trasformare la xenofobia in xenofilia”. È questa, secondo mons. Charles Jude Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente della Conferenza episcopale di Malta, l’indicazione di rotta che le Chiese che si affacciano sul Mediterraneo dovrebbero seguire, per affrontare in maniera corale la questione dell’accoglienza dei migranti. La xenofilia (amore per lo straniero, ndr) “è un valore molto antico del Mar Mediterraneo, testimoniato dalle Sacre Scritture, e anche le nostre strutture e le nostre comunità ne hanno proprio bisogno”, ha ricordato Scicluna, secondo il quale l’accoglienza ha bisogno anche di una solidarietà più ampia, ha affermato a proposito della sua “piccola isola” che “ha a che fare ogni giorno con l’accoglienza dei migranti”. “Il naufrago ha bisogno di un aiuto immediato – ha testimoniato il presule – ma poi viene il dopo, e ciò procura stress nelle strutture dedicate all’accoglienza e nelle nostre comunità”. “Non possiamo dire ai politici cosa fare – ha precisato Scicluna sulla scia di quanto affermato a più riprese da Papa Francesco -, ma il nostro stare insieme è già una profezia in sé, e spero che sproni anche le autorità civili a fare tutto ciò che possono fare a favore dei migranti, sollecitati dalla nostra comune profezia”. “I campi profughi nell’isola greca di Lesbo e in Libia sono una vergogna per l’Europa.

Davanti ai nostri occhi si consuma il dramma dei profughi. Noi parliamo tanto dei valori europei ma li dimentichiamo completamente quando dobbiamo aiutare. L’appello che rivolgiamo è di aprire corridoi umanitari”. Il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece) parla della lettera che insieme ai cardinali Konrad Krajewski, elemosiniere di Papa Francesco, e Michael F. Czerny, sotto-segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale hanno inviato alle Conferenze episcopali dell’Unione europea. Una lettera per chiedere alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e santuari di tutta l’Europa di accogliere “almeno una famiglia di rifugiati” aderendo al progetto dei corridoi umanitari. “Non so come la lettera sarà accolta dalle nostre diocesi e dalle parrocchie”, confida il cardinale, “ma ho visto che c’è un grande interesse e ho ricevuto mail da parte di molti politici che chiedono di prendere contatto. Vediamo. Dobbiamo rimanere realisti ma se c’è una sola vita salvata, vale la pena farlo”.

“La pace ha un prezzo”, dice Sua Beatitudine Ibrahim Isaac Sedrak, Patriarca di Alessandria dei Copti portando a Bari la voce dei popoli a Sud del Mediterraneo. La pace, spiega, chiede ai paesi ricchi di “rinunciare ad un po’ di benessere”, chiede alle grandi potenze “di dire no alla corsa agli armamenti”. Chiede a tutti anche alle Chiese “di essere uno strumento di pace”. “Se vuoi la pace, preparati a pagare il prezzo”, incalza il vescovo delegato dall’Egitto che rivolgendosi alle “grandi potenze mondiali” dice: “le armi creano vittime. Creano problemi. Creano profughi. Sono la base di tutti i mali”. E all’Europa rivolge una richiesta: “guarire dalla paura perché la paura crea sospetto e odio che sono all’origine di ogni conflitto e di tutto ciò che ci separa”.

M. Chiara Biagioni e M. Michela Nicolais, da Bari (Agensir)