Paolo Bassi, direttore del Reparto di Malattie infettive di Ravenna
Paolo Bassi, direttore del Reparto di Malattie infettive di Ravenna

Con tutta probabilità tornerà a casa sua nella giornata di oggi il calciatore di Lugo, militante nella Pianese, individuato come il primo contagiato di Coronavirus in provincia. E ha “poco più di un raffreddore”, spiega Paolo Bassi, direttore del Reparto di Malattie Infettive di Ravenna che lo ha in cura da mercoledì. Sintomi leggeri, quindi (come per la maggioranza di coloro che sono colpiti da questo virus), e possibilità di isolamento al proprio domicilio: queste sono le condizioni che fanno propendere i medici per la dimissione. Oltre al fatto che è stato possibile ricostruire nei dettagli “la storia e le dinamiche del contagio”. Questo allontana il rischio di un focolaio di cui, al momento, non ci sono evidenze in tutto il territorio regionale. Ma altri casi di contagio, Bassi se li aspetta, anche a Ravenna. Per questo si pone il tema delle misure da adottare per i prossimi giorni: “Il tema va affrontato da varie angolazioni, senza isterismi. Io punterei però sulla responsabilità personale: chi è stato in zone a rischio, contatti il suo medico e si metta responsabilmente in quarantena”.

Dottor Bassi, avete ricostruito al dinamica del contagio?

“Sì, nei dettagli. Questo ragazzo, che ha i genitori qui ma normalmente vive in Toscana, è andato in trasferta ad Alessandria e ha trascorso molte ore in pullman con compagni della provincia di Reggio Emilia. Il contagio è avvenuto probabilmente in questo contesto. Ma il caso è stato riconosciuto e trattato con le dovute precauzioni: il ragazzo ha chiamato il suo medico di base ed è stato fatto il tampone e solo dopo è venuto in reparto. Vive solo con la madre che al momento è asintomatica. Di qui l’opportunità di dimetterlo”.

Si è contagiosi solo quando si evidenziano i sintomi?

“Non solo, ma la concentrazione virale necessaria a contagiare c’è alla comparsa dei primi sintomi”.

Quindi nessun focolaio. E il caso è stato isolato. Non sarà l’ultimo però..

“No, mi aspetto altri casi perché la gente gira. Però occorre dire che anche in questo caso i sintomi sono quelli di un raffreddore. Quando parliamo del decessi, più che di ‘morti da Coronavirus’, bisognerebbe parlare di ‘morti con il Coronavirus’. Spesso si tratta di pazienti così fragili che un qualsiasi turbamento del loro precario equilibrio di salute avrebbe portato a quell’esito. Intendiamoci, il problema c’è. Ma ci sono 230 morti al giorno in Italia per complicanze dovute all’influenza normale”.

Diceva, il problema c’è. Ma, se non è sanitario, di che genere è?

“Qui nessuno ha gli anticorpi per questo tipo di virus. È giusto impegnarsi a limitarne la diffusione. Perché tutti ci potremmo ammalare, e questo avrebbe ricadute sulla sostenibilità del sistema produttivo e anche sulla possibilità di curare adeguatamente quelle persone fragili di cui si diceva prima, che sono le persone davvero a rischio oggi”.

Quindi lei proseguirebbe con le misure anti-contagio imposte questa settimana dalla Regione?

“Io credo che in questo momento l’unica strada sia far appello alla responsabilità individuale. Mettere in quarantena chi arrivava dalla Cina era il provvedimento più significativo da fare all’inizio. Ora è molto più importante tenere presente il dato epidemiologico: individuare i contagiati e le dinamiche del contagio. Per questo faccio appello alla responsabilità personale: chi è stato in zone a rischio contagio, contatti il suo medico, e si metta in quarantena”.

Quindi riapriamo le scuole?

“Il problema va affrontato da varie angolazioni. Senza isterismi. I percorsi epidemiologici dei contagiati sono stati tracciati. E le misure adottate questa settimana hanno avuto effetti: gli accessi al Pronto Soccorso sono dimezzati. In questo contesto, le scuole le riaprirei. Altrimenti le misure dovrebbero prolungarsi per molto tempo. Non è inevitabile la pandemia ma in realtà nessuno può esserne certo. Io sono per proteggersi, ma continuare a vivere”.