Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 38-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico’. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Commento al Vangelo di Roberta e Fabio Spada

A pensarci bene, non c’è cosa più difficile che essere pazienti e comprensivi quando presumiamo di aver subito un torto o l’altro è palesemente in errore. Se abbiamo ragione, vogliamo, pretendiamo che ci venga riconosciuta. In certi casi non ci è neppure sufficiente l’“occhio per occhio” previsto dalla legge ebraica. Siamo tentanti dall’idea di vendetta, dell’umiliazione dell’altro… Le scuse incondizionate dell’altro e la sua richiesta di perdono ci paiono l’unica conclusione accettabile.

E allora cosa ci vuole dire Gesù in questa lettura? Di non difenderci dai torti o dai soprusi? Permettere all’ingiustizia di ferirci senza reagire? Crediamo di no. In effetti, se proviamo a immedesimarci in queste situazioni, non c’è immobilismo, non ci viene chiesto di stare fermi e passivi e subire. Gesù non ci promette una vita priva di ingiustizie. L’ingiustizia è di questo mondo, come è vero che il fuoco brucia e l’acqua bagna. Ma vivere le ingiustizie o i torti con rabbia, risentimento, spirito di rivalsa o anche di sottomissione è un qualcosa che può fare chiunque. Forse ci viene proposto un atteggiamento nuovo, tutt’altro che istintivo.


A chi ha scelto di seguire la sua via, Gesù suggerisce di essere protagonisti attivi e consapevoli di ciò che ci accade, di restare presenti a noi stessi e ai suoi insegnamenti, affrontando le situazioni che non possono essere evitate o tralasciate agendo da uomini liberi e non vittime dei nostri istinti. Ci chiede di non dimenticarci mai di considerare “l’altro” come persona, che sbaglia, ma comunque persona, comunque creatura di Dio e, pertanto meritevole di Amore. Ci chiede di restare sullo stesso piano con chi ci fa un torto. Non sentiamoci superiori a lui, né lasciamoci trascinare o schiacciare dalle emozioni, perché, ciascuno può commettere errori che feriscono, ma ciò non intacca la persona che noi siamo o che l’altro è. Ciascuno è voluto e amato da Dio, indipendentemente da come agisce.

Gesù ci chiede di essere realizzatori di ponti, cercare una soluzione costruttiva e positiva delle situazioni problematiche, cercare e riconoscere amore nelle relazioni. Ci chiede di concentrarci solo su questo, sulla tensione d’amore tra me e l’altro, chiunque esso sia, comunque si stia comportando.

Possiamo decidere di “so-stare” nei contrasti, in primis accettandoli, e rendendo comunque il nostro esserci denso di relazione. Porgere l’altra guancia, offrire il mio mantello, fare strada insieme ancora più a lungo sono tutti comandamenti d’amore. Ci piacerebbe esserne capaci, ma purtroppo raramente è la nostra quotidianità. Spesso non lo è neppure in famiglia, in parrocchia, o sul lavoro. Di strada da fare ce n’è, ma, al solito, Gesù ci sfida a superare i nostri limiti e ci fa intravedere dove potrebbe essere bello arrivare. E questo alimenta la voglia di iniziare ad essere costruttori del Regno qui ed ora, giorno dopo giorno, nelle più comuni situazioni quotidiane. Perché gli altri riconoscano da come ci comportiamo, che siamo figli di Dio.