Il cardinale Jean-Claude Hollerich

“Sono andato a Lesbo un anno fa e ora la situazione è molto più drammatica e terribile. Non possiamo continuare così: la Chiesa deve alzare la sua voce, deve essere una voce profetica. La Chiesa deve essere la coscienza dell’Europa”. Ha nel cuore i campi di Lesbo e le migliaia di uomini, donne e bambini, che li abitano, il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece).

In occasione dell’Incontro sul Mediterraneo promosso dalla Cei a Bari (19-23 febbraio), l’arcivescovo, che nel mese di novembre ha accolto nella sua arcidiocesi di Lussemburgo otto profughi kuwaitiani e siriani, provenienti dai campi di Lesbo, esprime “una grande gratitudine alla Conferenza episcopale italiana per aver organizzato questo incontro”. “Penso che sia profetico”, dice. “Mi aspetto un messaggio forte a tutti i cittadini dell’Europa, a tutti i politici di ogni partito. Un messaggio agli abitanti non solo che vivono nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo ma anche a chi, come me, vive in un Paese del Nord Europa”.

I Paesi del Sud del Mediterraneo si sentono abbandonati dal resto dell’Europa. Come rispondere al loro grido di aiuto?

“Penso che sia vero, perché l’Europa non si è troppo preoccupata. Ha lasciato i Paesi con i loro problemi. Questo è contro tutto quello che l’Unione europea dovrebbe essere. L’Ue dice sempre di essere una comunità di solidarietà”.

Ma come possiamo parlare di valori europei se non c’è nessun aiuto ai profughi che muoiono nel Mediterraneo e ai Paesi che si trovano in prima linea come l’Italia, la Grecia, Malta, la Spagna?

“C’è un po’ di aiuto ma si può fare molto di più. E, in tutta l’Europa, come Chiesa, anche noi dobbiamo aprire le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre diocesi per accogliere la gente che arriva”.

Proprio in questi giorni in Italia si stanno ridiscutendo i Decreti Sicurezza, cercando di trovare il più possibile un equilibrio tra sicurezza e accoglienza. Quale la linea giusta?

“La sicurezza è importante per tutti. Se la sicurezza non è garantita, la gente si rivolterà contro tutti i profughi. Ma, d’altra parte, non dobbiamo esagerare. A volte, ho l’impressione che la parola “sicurezza” venga utilizzata soprattutto da chi non vuole aiutare. Noi non aiutiamo i profughi perché sono santi, ma perché hanno bisogno del nostro aiuto. È nostro dovere di cristiani. Perdiamo la nostra umanità se non aiutiamo. È quello che dice il Papa. E poi dobbiamo anche lavorare per una maggiore giustizia. Giustizia in Europa, tra Paesi del Sud e Paesi del Nord. Giustizia nei Paesi del Mediterraneo e giustizia in Africa. Giustizia cioè in tutti quei luoghi dove la gente soffre e non vede nessun avvenire nel suo Paese. Dobbiamo fare in modo che ci sia un avvenire ovunque per tutti”.

L’Europa sta facendo vedere una grande differenza tra i Paesi del Sud e quelli del Nord, tra Est e Ovest. I popoli europei hanno perso il senso di appartenenza alla “casa europea”. Come riappropriarsi di questo sentire?

“Io vado a Bari – e questo è il mio piccolo atto profetico – per ascoltare. Perché ascoltarsi gli uni e gli altri è molto importante. Io non vado come chi ha in tasca tutte le soluzioni. No, vado per ascoltare quello che hanno da dire i miei confratelli del Mare Mediterraneo. E questo chiede anche empatia: significa lasciarsi cambiare da quello che ascolto. Cambiare le mie opinioni, le mie idee. Ma per farlo devo essere aperto al cambiamento. Se ci chiudiamo al cambiamento dentro di noi, allora non c’è avvenire per l’Europa. Dobbiamo ascoltarci gli uni e gli altri”.

E questo vale anche per i politici?

“Anche per i politici. Qualche volta ho l’impressione che i politici dell’Occidente abbiano già condannato quello che gli altri dell’Est potrebbero e vorrebbero dire. Questo non è giusto. Bisogna considerare che loro hanno una storia diversa, dopo tanti anni di comunismo. Abbiamo bisogno di dialogo. Di un dialogo profondo. Forse, dobbiamo anche trovare nuovi canali di dialogo in Europa”.

Il Papa ha chiesto per l’incontro di Bari di non fare lamentale e discorsi campati in aria. Si aspetta proposte concrete.

“Dobbiamo essere una Chiesa profetica, con proposte. Penso che qualche volta l’Occidente ha fatto male a statalizzare l’aiuto ai profughi. Sarebbe bene, invece, che la società civile possa aiutare. L’integrazione sarebbe molto facilitata. Lo vediamo, per esempio, per quelli che arrivano con i corridoi umanitari di Sant’Egidio. La gente è integrata. L’integrazione funziona. Ma non funziona se i rifugiati vengono messi negli immensi campi profughi. Sono luoghi in cui la gente perde la speranza e quando la gente perde la speranza, i cuori si induriscono. Sono d’accordo con il Papa: abbiamo parlato tanto. Ora dobbiamo fare proposte. Dico adesso una cosa che non ho ancora mai detto: il cardinal Michael Czerny, il cardinal Konrad Krajewski ed io abbiamo inviato una lettera a tutte le Conferenze episcopali d’Europa per parlare del problema dei rifugiati; la lettera sarà pubblicata anche sulla pagina della Comece. Abbiamo fatto abbastanza con le parole: ora dobbiamo agire. Non anticipo nulla. Perché bisogna leggere la lettera attentamente”.

Perché l’Europa deve aprirsi ai migranti?

“L’Europa parla sempre delle sue radici cristiane. Bene, allora mostriamole queste radici. Se queste radici non portano frutto, allora vuol dire che sono morte. L’Europa è stato il primo continente che ha raccolto il cristianesimo. Questo continente deve, per la sua eredità cristiana, agire. Ci sono anche quei famosi valori dell’Unione europea. Non posso credere a quei valori, se l’Ue lascia morire la gente nel Mediterraneo. No, non ci credo”.