Leonardo Sandri
Leonardo Sandri

“Il Mare Nostrum non sia un muro ma un ponte per tutte le realtà cristiane, e non, che si affacciano sulle sue rive”: alla vigilia di “Mediterraneo, frontiera di pace”, l’evento di riflessione e spiritualità che si terrà a Bari dal 19 al 23 febbraio, per iniziativa della Cei, a parlare al Sir è il cardinal Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. “Sono grato alla Cei per questa iniziativa – afferma il Prefetto che sarà presente a Bari – che coinvolge tanti pastori delle nostre Chiese cattoliche orientali. Lo scopo è quello di vivere un tempo sinodale per prendere coscienza della grandezza dei problemi che l’area mediterranea si trova ad affrontare, in particolare la crisi umanitaria dei migranti che lasciano le loro terre a causa delle guerre, dell’instabilità, della miseria, e vogliono trovare un approdo sicuro di pace”.

Da qui l’auspicio che “il Mare Nostrum non sia un muro ma un ponte per tutte le realtà cristiane e non che si affacciano sulle sue rive. Come cristiani, come Chiese cattoliche, siamo chiamati ad agire per venire incontro ai fratelli delle altre religioni”. Il pensiero del Prefetto va a “quelli che vengono dal Medio Oriente, in maggioranza islamici, e dall’Africa”, in particolare “agli eritrei e agli etiopi che in gran numero cercano di raggiungere le nostre coste provando a superare il muro di acqua. Bari vuole essere una presa di coscienza della crisi che interessa questa area e della risposta che come comunità cristiane e Chiese siamo chiamati a dare nel rispetto delle regole”.

Eminenza, a Bari saranno presenti vescovi e patriarchi delle Chiese di rito orientale con tutto il loro patrimonio di fede e di tradizioni. Qual è il contributo che queste Chiese potranno dare all’incontro?
“Innanzitutto dobbiamo ricordare che sono pastori di Chiese decimate da guerre, come in Siria e in Iraq, da disastri politici ed economici, vittime di soprusi, persecuzioni e violenze. Chiese di Paesi dove la convivenza non è ‘optativa’ ma ‘obbligatoria’, chiamate – come sono – a convivere con le altre religioni come l’ebraismo e l’islam, e con i fratelli cristiano-ortodossi e di altre denominazioni. A Bari porteranno questa esperienza di Parola condivisa a livello ecumenico insieme alla sofferenza della discriminazione, della persecuzione, della limitazione della libertà, della fuga dei cristiani. Credo che questo sarà il loro contributo di testimonianza diretta e vissuta offerta ai pastori occidentali”.

Tra i temi in discussione la cittadinanza, la libertà religiosa e le disuguaglianze…
“Credo che la discussione avrà come punto di riferimento il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. firmata il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, da Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib, e che rimarca l’importanza del dialogo, della collaborazione comune e della conoscenza reciproca. Il mondo nuovo che vogliamo non è fondato sulla divisione e sulla separazione ma sulla unità e sulla fratellanza, dal momento che tutti gli abitanti di questi Paesi sono cittadini a pieno titolo.“Vivere come cristiani è un diritto. Non chiediamo privilegi: vogliamo solo avere gli stessi diritti e doveri degli altri. Tutti uniti per costruire un mondo per il bene della gente senza distinzione di etnia, censo, fede, idee politiche. Un mondo dove l’accesso all’educazione, alla casa, alla sanità, al lavoro sia permesso a tutti, dove i giovani possano formarsi una famiglia, dove la dignità della donna sia difesa: questa è la grande primavera del Mediterraneo”.

A Bari, con le Chiese di rito orientale saranno rappresentati anche tantissimi fedeli della diaspora che adesso guardano ai loro Paesi dalla sponda nord del Mediterraneo, vale a dire dai Paesi occidentali dove si trovano a vivere. Ci sarà spazio anche per parlare delle diaspore?
“È un tema che abbiamo molto a cuore. Anche qui dobbiamo dire grazie ai vescovi italiani per la loro grande accoglienza e possibilità offerta ai fedeli in diaspora di avere loro chiese e sacerdoti. Lo stesso accade anche in altri Paesi come la Francia e la Spagna. La richiesta avanzata dai patriarchi è quella di avere anche dei propri vescovi. I patriarchi orientali sentono molto la responsabilità per i loro fedeli in diaspora che sono diventati da abitanti del Medio Oriente a osservatori permanenti dall’Occidente dove hanno trovato una adeguata sistemazione, un lavoro, una casa, una famiglia. I Patriarchi accoglierebbero con grande piacere, per questi fedeli in Europa, la possibilità di dare loro dei vescovi e non solo degli ordinari o dei visitatori apostolici. Sarebbe un segno di grande attenzione pastorale”.

I vescovi si confronteranno con una sfida non da poco: “Consegnare la fede alle generazioni future”. Una questione che accomuna le due sponde del Mediterraneo, una urgenza ineludibile per le Chiese che si affacciano sul Mare Nostrum…

“La fede non anneghi nel Mediterraneo. La vera sfida è la sopravvivenza della fede cristiana e della Chiesa cattolica. I giovani rischiano di essere assorbiti dalla cultura dominante di queste sponde prosperose del Mediterraneo e perdere così la loro fede annegando nella nostra società liquida, priva di valori stabili. Se non si crede più nella divinità di Cristo, nella Chiesa cattolica, nella salvezza, nella morte come passo verso l’incontro con Dio Padre, allora sarà una grande tristezza. Qualcosa si fa già: nella eparchia di Piana degli Albanesi il vescovo ha promosso un catechismo bizantino per i giovani percorrendo le strade tipiche della spiritualità orientale. I giovani e la sopravvivenza della fede sono, a mio avviso, la sfida che tutti i pastori del Mediterraneo dovrebbero prendere a cuore”.