William Congdon,
William Congdon, "Ecce homo"

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45) In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!”. Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risorgerà”. Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare”. Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Il commento al Vangelo di suor Anastasia di Gerusalemme (monache Carmelitane di Santo Stefano degli Ulivi). Il brano evangelico, che racconta il segno della resurrezione di Lazzaro operato da Gesù, sprigiona una forza incontenibile e inarrestabile: la forza dell’amore del Padre, che vince la morte. Si tratta di prendere coraggio e compiere, anche noi, tutto il percorso di grazia, che Gesù stesso traccia e che l’evangelista Giovanni rende ben visibile lungo le righe del capitolo 11 del suo Vangelo. Un percorso che parte da un punto critico, doloroso e imbarazzante per tutti: parte dalla condizione di malattia, di fragilità, condensata, qui, nella persona di Lazzaro di Betania, l’amico di Gesù, ma in realtà annunciata e rivelata come possibile opportunità di crescita e salvezza, – sì, salvezza! – per ognuno di noi.

La prima chiamata che riceviamo accostandoci al Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima, è la chiamata a metterci in ascolto con la nostra condizione di malattia, che Giovanni decifra utilizzando ripetutamente il verbo “asthenéo”, ossia essere debole, essere malato e il sostantivo “àsthénia”, infermità, malattia. Non possiamo sbagliarci: siamo posti di fronte a una privazione sostanziale, alla nostra condizione di creature, che è condizione di mancanza, di assenza. Lazzaro compare sulla scena per dirci che, come è lui, così siamo anche noi.

Ed è bellissimo notare che sono le donne, le sorelle di Lazzaro, a prendere tra le mani questa situazione dolorosa per portarla davanti al Signore Gesù; Marta e Maria mandano, infatti, a dire a Gesù: Lazzaro, colui che tu ami, è ammalato! Le donne, con la loro straordinaria dolcezza e tenacia, col coraggio che viene dal di dentro, dalla cavità d’amore che è il loro grembo e che le costituisce, riescono ad aprire quel grande processo di speranza, che è la sfida della morte. Loro per prime si oppongono alla morte e ci insegnano a fare altrettanto, raccogliendo in noi stessi tutta la forza possibile o impossibile.

Gesù risponde e si mette in movimento. L’evangelista segnala questo ulteriore passaggio utilizzando in diversi modi verbi di movimento: “Andiamo! Io vado!”, che risuonano, potenti e sconvolgenti, dalla bocca stessa del Signore. Lui si muove, viene incontro alla morte, per portare la sua Vita. Il viaggio di Gesù e di quanti decidono di seguirlo, trova una prima conclusione, solo parziale, davanti al sepolcro chiuso, alla pietra posta sull’apertura della tomba di Lazzaro. Proprio là dove sembra non ci sia più nulla da fare. E invece no! Davanti alla morte è ancora possibile dare una risposta, aprire una via di uscita. Gesù ci mostra questa via: alza gli occhi verso il Padre e prega, anzi, loda, rende grazie! Come farà più avanti, in apertura del capitolo 17, in quel movimento che gli permette di entrare in una relazione fortissima col Padre suo.

E da lì, da quel suo incontro intimo e forte col Padre, nella preghiera, Egli compie il passaggio al suo incontro con la creatura, con Lazzaro, con ognuno di noi. E si ode, come fosse un tuono, la voce del Salvatore, che scuote gli inferi, che risveglia la morte già accertata, chiamando per nome colui che Egli ama: Lazzaro, vieni fuori! Voce e grido grande, che risuonerà ancora dalla croce, come testimoniano tutti gli evangelisti. E quella voce amichevole, che ti chiama per nome, perché è la voce di Colui che da sempre ti conosce, realizza ciò che dice: infatti il morto uscì, libero e vivo. Come un feto, che esce dal grembo, per entrare nella vita nuova, nella salvezza.