Paolo Bassi, direttore del Reparto di Malattie infettive di Ravenna
Paolo Bassi, direttore del Reparto di Malattie infettive di Ravenna

Sono 80 le persone ricoverate agli Infettivi per Covid-19: molti hanno sintomi leggeri, ma una decina sono in terapia intensiva e la maggior parte non sono stabili. Ed è difficile prevedere quando arriverà il picco, spiega il primario Paolo Bassi “anche se non dovrebbe mancare molto”. Ma intanto è dal primo marzo che Bassi, e tanti dei suoi colleghi lavorano senza soste, con i presidii di protezione, “con attenzione ma senza paura”, spiega. Le protezioni sono necessarie, “perché questa è la natura della malattia, ma è difficile: è qualcosa che ti porti dietro anche quando non lavori”. Così come, immaginiamo, l’accompagnamento dei pazienti, soprattutto di chi non ce la fa. “Gli uomini segnati dalla croce di Cristo vanno lieti nel buio” è la frase di Gilbert Chesterton che è stata “regalata” al dottor Bassi da un amico vescovo. Ed è quella che aiuta ad andare avanti nel buio di questa epidemia.

Dottore, com’è la situazione ora in reparto per quel che riguarda occupazione di posti letto e gravità dei casi? “Attualmente vi sono circa 80 ricoverati di cui 9 in Terapia Intensiva. Ci troviamo di fronte ad una patologia nuova e in buona parte ancora poco conosciuta. Vi sono pazienti, soprattutto giovani, che presentano sintomi molto leggeri, tanto da poter essere gestiti a domicilio, e altri, soprattutto pazienti anziani, con altre patologie croniche o immunodepressi che ne hanno di più severi e richiedono il ricovero. Poi una parte di questi, per fortuna minoritaria, richiede la terapia intensiva. Soprattutto in questi ultimi pazienti, la patologia è molto instabile, cioè si presta a peggioramenti piuttosto repentini e quindi si tratta di pazienti più difficili da trattare”.

Come reagiscono i medici e gli infermieri a questa crisi? Che tipo di turni fate per rispondere all’emergenza? “Tutta la mia squadra, ma devo dire tutto l’ospedale e più in generale tutte le strutture sanitarie, stanno reagendo splendidamente. Le ho già spese, ma non mi stancherò mai di avere parole di ammirazione per queste donne e questi uomini che stanno dando tutto e anche di più, per i pazienti, con episodi di solidarietà anche tra colleghi, molto belli. Cerchiamo di non allungare troppo i turni di lavoro ma talvolta ciò si rende necessario e tutti sempre rispondono ‘presente'”.

Come si lavora con i presidi di protezione individuale? Ce li avete tutti? Quali sono le difficoltà più grandi? “Sui dispositivi di protezione individuale vi sono linee guida ben precise e queste linee guida vengono seguite. Non ci siamo mai trovati senza dispositivi. Certamente non ve ne sono da sprecare e vanno usati con giudizio; d’altra parte la direzione è costantemente impegnata a reperirne di ulteriori. Questo significa che, per la natura della patologia e la sua alta contagiosità, si lavora con la massima attenzione e scrupolosità, sebbene il reparto di Malattie infettive sia avvezzo, per sua natura, a trattare pazienti affetti da malattie facilmente trasmissibili”.

Umanamente, come vive questa emergenza? Cosa le fa fare più fatica? “E’, ripeto, molto faticoso. Dal primo marzo sono in ospedale tutti i giorni e come me molti altri. Inoltre dispiace vedere i pazienti che non possono incontrare i loro cari, questi ultimi che devono accontentarsi delle notizie che possiamo dare loro telefonicamente.  Eppure è fondamentale e necessario azzerare le possibilità di trasmissione del virus all’interno dell’ospedale. E infine la natura stessa dalla malattia che costringe le persone a stare le une lontane dalle altre… È molto difficile, ed è una cosa che ti porti dentro anche quando non si lavora”.

C’è paura del contagio tra i suoi operatori? Come la gestite? “Noi delle Malattie Infettive siamo abituati a lavorare con patologie contagiose: è parte della natura della nostra specialità. Questa infezione però lo è particolarmente e questo si traduce in una maggiore difficoltà nella gestione dei pazienti per la continua necessità di protezioni individuali.  Per cui attenzioni ad evitare il contagio si, paura no”.

Come riuscite ad “accompagnare” chi è in fin di vita? Data la necessaria assenza dei parenti e familiari…come riuscite a metterli in contatto? “Facciamo il possibile. Siamo operatori sanitari e sappiamo che quando non è più possibile guarire è sempre possibile assistere. Abbiamo inoltre previsto a giorni l’attivazione di un recapito telefonico dedicato ai parenti per avere informazioni dal medico di reparto”.

Cosa prevede possa succedere nei prossimi giorni? Ci sono segnali che il picco possa essere vicino? “Come ho detto è una patologia nuova e quindi fare previsioni è pressoché impossibile. Sulla scorta di quanto successo in Lombardia e in altri territori di questa regione, il picco non dovrebbe tardare molto, ma ogni previsione rischia di essere smentita”.

Quando l’aiuta la fede a lavorare e a vivere in questa situazione? “La fede è molto importante per me: è ciò che mi aiuta nella vita  e quindi anche  nei momenti di maggior sconforto. Un mio caro amico, vescovo di Mosca e originario del ravennate mi ha mandato questa frase di Chesterton, il noto scrittore inglese che nel suo romanzo ‘Il racconto del cavallo bianco’ scrive ‘Gli uomini segnati dalla croce di Cristo vanno lieti nel buio’”.