Vittorio Bosio

Anche lo sport italiano si è dovuto adeguare alle disposizioni del Governo in tema di Coronavirus Covid-19. Partite a porte chiuse per tanti sport, mentre per altri le gare sono state rinviate o addirittura cancellate. A rischio ci sono anche i grandi eventi come le Olimpiadi di Tokyo e gli Europei di calcio 2020. Pur se non sotto i riflettori lo sport di base e quello amatoriale si è fermato. Per tracciare un quadro dello sport a oggi in Italia, professionistico e non, e di come sta rispondendo all’emergenza Coronavirus, considerate anche tutte le polemiche di questi giorni sul rinvio di alcune gare, il Sir ha intervistato Vittorio Bosio, presidente del Centro sportivo italiano.

Presidente, cosa avete deciso come Csi?

“Abbiamo discusso a lungo e abbiamo deciso di fermare tutte le attività dello sport di base. Ci auguriamo che tutti gli altri facciano lo stesso seguendo le direttive che arrivano dal Governo, perché la salute dei cittadini, degli atleti e dei lavoratori del mondo dello sport viene prima di tutto. In questo momento è inutile negare la complessità della situazione. Ognuno deve dare il suo contributo fermandosi. Se e quando ritorneremo alle normali attività ne apprezzeremo il valore che fino a oggi non abbiamo dato a tutto questo”.

Che clima si respira nel mondo dello sport?

“Ho sentito molte persone chiederci di continuare come se nulla fosse. Come al solito, ci si accorge e si dà valore a qualcosa che davamo per scontato solo quando viene a mancare. Tuttavia non bisogna pensare che tutto sia dovuto”.

In che senso?

“Abbiamo a che fare con un’emergenza che nessuno aveva pensato o calcolato. Allo stesso tempo, nessuno era preparato ad affrontarla. Il virus sta mettendo in ginocchio tanti settori della nazione. Lo sport, in questo senso, deve contribuire a essere solidale con il resto del Paese e non chiudersi in se stesso”.

All’atto pratico, che disagi sta vivendo il mondo dello sport non professionistico?

“Ci sono dei problemi legati alla gestione degli impianti, ma il settore che più ne sta risentendo è la piccola imprenditoria sportiva, ovvero tutto quel comparto di addetti ai lavori, per lo più precari, che lavora nello sport senza alcun tipo di ammortizzatori sociali, perché pagati con compensi sportivi. Come negli altri settori, anche loro stanno andando in piena crisi. C’è gente che rischia di finire in mezzo a una strada senza questi ammortizzatori sociali. Bisogna pensare anche a loro perché chiaramente la solidarietà deve comprendere tutti, ma spesso non basta. Pertanto, mi auguro che il Governo si occupi anche di loro”.

Sulle polemiche legate all’interruzione del campionato di calcio e, più in generale, legate alla sospensione delle attività di sport professionistico, cosa si sente di dire?

“Invece di litigare sui calendari delle gare, il professionismo dovrebbe prendere esempio dallo sport amatoriale ed essere solidale con tutto il resto del mondo, anche perché il mondo dello sport di base finisce per essere anche il sostenitore principale dello sport professionistico. Chi va allo stadio, chi compra i biglietti per qualsiasi evento, è una persona che fa uno sport amatoriale o viene da uno sport amatoriale. L’appassionato, in genere, è sempre uno sportivo o un ex sportivo”.

Perché questo non sta accadendo?

“Ho la sensazione che questa cosa non sia stata molto compresa. Vedo che manifestazioni internazionali vengono sospese in maniera molto più semplice rispetto a una partita di calcio del campionato di serie A. Questa cosa deve far pensare. Capisco che ci siano interessi di altro tipo, però questi devono diventare secondari rispetto alla vita del Paese. In questo momento ci sono in gioco ben altri valori. Ci sono sì legami contrattuali e altro, ma è più importante dare segnali di unità e speranza, che sono molto più utili alla nazione rispetto a liti e contratti che sono banalità che si possono risolvere”.

In conclusione, cosa si augura per il mondo dello sport e per il Paese?

Naturalmente mi auguro che questa emergenza finisca presto e una volta superata, tutti assieme si possa ripartire più uniti di oggi e di ieri”.

Di Andrea Regimenti (Agensir)