Sacerdoti che si recano a casa di moribondi per portare il viatico, pur sapendo che dietro quell’infermo si potrebbe nascondere un malato di coronavirus non riconosciuto, medici di famiglia che accorrono dai loro pazienti a scapito della loro vita, dottori e infermieri che in ospedale, quando si accorgono che ormai non c’è più niente da fare, restano accanto ai malati.
È l’eroismo della gente comune che colpisce in questi giorni segnati dal coronavirus, che vedono in Bergamo e provincia l’epicentro attuale del dolore, della morte e della sofferenza con 4.645 contagiati (dato della Protezione civile alle 17 del 19 marzo) e un numero così elevato di morti – tra loro anche 13 sacerdoti – che i cimiteri non riescono a contenere il numero delle bare.
Sarà difficile dimenticare le immagini della lunga colonna di mezzi militari lungo le vie di Bergamo per trasportare fuori dalla città i feretri che non trovano più posto nel cimitero cittadino, come le decine di pagine al giorno che l’Eco di Bergamo riempie con necrologi. E, strazio su strazio, la pena dei familiari di non poter dare l’ultimo saluto ai propri cari morti in ospedale perché a loro volta in quarantena. In questo scenario desolante, è tempo per riscoprirsi figli di un Padre che non ci abbandona e fratelli attenti al bene dell’altro. Ne parliamo con don Davide Santus, quarant’anni, parroco a Caprino Bergamasco.

Come può descrivere questi giorni? Mi viene in mente l’interpretazione dell’ultimo saluto di Gesù alla Madre sul Calvario, pochi istanti prima della morte, data da padre Stefano De Fiores al corso di Mariologia, che ho frequentato nel 2002: l’ultima estrema rinuncia. Rinuncia alla maternità di Maria affinché potesse diventare la madre di tutti i discepoli, ma soprattutto rinuncia all’ultima relazione di Gesù affinché potesse morire totalmente solo condividendo la sorte di chi la vita porta a morire in queste condizioni. Poi una sepoltura veloce, senza nemmeno essere lavato, avvolto in un sudario, portato in fretta e furia in un sepolcro perché iniziava un giorno di festa. Sono queste scene che mi vengono nel cuore mentre vado al cimitero per accogliere le salme di persone che sono morte totalmente sole e vengono quasi furtivamente portate al camposanto per la sepoltura. Una sofferenza straziante che si può immaginare, ma che toccando con mano commuove profondamente. Un clima di tristezza che si diffonde e crea una paura viscerale. Solo venti giorni fa l’epidemia sembrava una realtà lontana. Per questo dico a tutti gli italiani: state attenti, rispettate le regole.
I fatti che si vedono in questi giorni sono struggenti: la situazione in seno alle famiglie che hanno un lutto è tragica. I congiunti dei defunti sono distrutti, è una sofferenza enorme, non possono stare con loro al momento del trapasso, anche se si dice che medici e infermieri non lasciano soli, negli ultimi istanti, i moribondi.
Qui, di solito, quando muore una persona è tutto il paese che partecipa al dolore, chiudono i negozi, il corteo funebre a piedi attraversa la città, ora non c’è nemmeno la possibilità di avere un funerale, un saluto pubblico. È un dolore che va ad aggiungersi a un dolore. Noi sacerdoti chiamiamo i parenti, che si trovano a loro volta in quarantena, e assicuriamo il ricordo dei loro cari nella messa e questo dà molto conforto, come pure la benedizione al cimitero. Io assicuro alle famiglie che ci sarà poi un funerale per ciascun defunto. Oramai i morti sono tantissimi. Ci sono tante famiglie decimate: in paese è arrivata la telefonata di un ospedale per chiedere se avevamo disponibilità di spazi dove mettere le bare in attesa della cremazione o della sepoltura. Anche nelle case di riposo la situazione è tragica, hanno blindato gli accessi perché dove il contagio è entrato ha fatto strage, quindi i parenti non possono più vedere i loro vecchi. È una tristezza profonda.

Bergamo attualmente è la provincia più colpita… Noi ci chiediamo perfino se effettivamente il numero dei morti “ufficiali” corrisponda alla realtà: ci sono tanti anziani che muoiono in casa e i familiari ci chiamano per l’olio santo. Così noi sacerdoti ci troviamo ad amministrare i sacramenti anche a malati che hanno evidentemente il coronavirus anche se non è accertato ufficialmente. Due settimane fa, prima dell’ultimo decreto ministeriale, andavo a trovare le persone anziane che mi guardavano terrorizzate e mi dicevano di non andare da loro perché temevano di potermi contagiare. In diocesi sono morti tanti sacerdoti, altri sono ricoverati, alcuni in terapia intensiva. Anche se andiamo con la mascherina, quando entriamo in una casa per dare l’estrema unzione a un malato di polmonite, non ufficialmente Covid-19, è una protezione irrisoria: nella stanza del moribondo non si cambia l’aria da giorni per non fargli prendere freddo e ci sono tanti parenti. Ma andiamo ugualmente per non far mancare il conforto della fede.

Come raggiungete “a distanza” i fedeli delle vostre comunità così provate? Adesso siamo chiusi in casa e celebriamo la messa da soli. L’unico contatto è attraverso il telefono: chiamiamo le persone per dare conforto. Di solito caricavo il mio cellulare una volta al giorno, adesso lo faccio tre volte al giorno. Questa vicinanza fa molto piacere. Cerchiamo di fare la catechesi on line, ad esempio attraverso videoconferenze con i ragazzi. Inoltre, qualche anno fa abbiamo realizzato una radio parrocchiale per le persone anziane. Oggi è utilissima perché le persone possono seguire la messa attraverso la radio e questo è un momento molto atteso: mi arrivano ringraziamenti tutti i giorni. Ora stiamo pensando a qualcosa per Pasqua.

C’è in questo buio una luce di speranza? In questi momenti ci si aggrappa alla fede. A chi mi dice: “Io sono sempre stato un po’ lontano da Dio, ma in questo momento mi aggrappo a Lui”, io rispondo che il Signore ha le braccia aperte per tutti. Nelle nostre chiese le candele all’immagine dell’Addolorata sono triplicate. Scrivo sul gruppo WhatsApp del paese alcuni pensieri che sono graditissimi, le persone hanno bisogno della vicinanza dei sacerdoti. C’è il desiderio di non sentirsi soli: la nostra vicinanza diventa un segno, una testimonianza piccola ma fortissima.

C’è uno sguardo nuovo verso la vita? Sì, questa è anche un’occasione per valutare le cose importanti della vita. E vedo che questo si fa. Una signora, facendo riferimento agli immigrati, mi ha detto: “Credevamo che da soli eravamo sicuri. Non è vero: soli siamo tristi”. Mi ha commosso. Queste difficoltà stanno aprendo molto il cuore agli altri. Una signora che ha una trattoria mi chiama e mi chiede di informarmi di persone sole se hanno da mangiare in modo da provvedere. E così anche altri si preoccupano di chi sta solo. È un clima tragico che sta avvicinando le persone in maniera forte. E poi ci sono medici e infermieri che sono esemplari: provati ma dediti. Anche il nostro medico di base, andando a visitare i malati a casa, ha contratto il virus ed è morto. Il paese è restato molto colpito dal suo esempio, dalla sua testimonianza. Ecco, la solitudine che stiamo vivendo può essere vinta dalla fratellanza e dal condividere la stessa fede.

Gigliola Alfaro (Agensir)