Difficile dire qualcosa che non sia già noto riguardo al Coronavirus denominato dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità): Sars-Cov-2 mai identificato prima della Sindrome respiratoria verificatasi a Wuhan in Cina nel dicembre 2019 chiamata Co. (corona)VI. (virus) D. (disease) 19 (anno identificazione). È un beta coronavirus in grado di infettare l’uomo che si aggiunge agli altri quattro già noti: due danno semplici raffreddori o sinusite. Gli altri due – Sars-Cov e Mers-Cov sindromi respiratorie gravi con alta mortalità. Per fermare la Sars nel 2002-2003, 8000 casi nel mondo, ci volle un anno. Ha fatto un salto di specie, evento molto raro, probabilmente per gravi violazioni igieniche avvenute nei “mercati bagnati”, così chiamati per macellazioni improprie di vari animali e commistione interumana del loro sangue infetto.

Questo nuovo Coronavirus è molto vicino ai virus dei pipistrelli, anch’esso causa raffreddori e sindromi influenzali che possono sfociare in polmoniti con conseguente insufficienza respiratoria. Non esistono al momento, terapie antivirali specifiche o vaccini per il trattamento o prevenzione delle infezioni. Sono tre i farmaci che si stanno testando – Remdesivir già attivo verso il virus Ebola, il Lopinavir e il Rinotavir.

Si sta intensamente lavorando a un vaccino (già ben nota la sequenza del Rna che compone il Covid-19) che per quanto incompleto possa avere una efficacia nell’arginare la diffusione del virus. Come tutti sanno, questo virus è stato identificato in Cina il 9 gennaio 2020 e fino al 30 gennaio (blocco dei voli da e per la Cina) gli italiani hanno continuato a viaggiare normalmente da e per la Cina, mentre l’Italia era nel pieno di un’epidemia influenzale “normale” (“normale”, significa numericamente che l’influenza ogni anno colpisce circa 6 milioni di Italiani e ne causa la morte di 6000 per lo più pazienti anziani e resi più fragili da malattie).

Ora è molto probabile che i nostri concittadini che hanno contratto il Sars-Cov-2, risultandone poco ammalati, siano stati confusi e dispersi nella popolazione soprattutto delle aree industrializzate di maggior interscambio con la Cina, Lombardia e Veneto appunto. Ora siamo alla chiusura delle cittadine focolaio della malattia, delle Università, scuole, luoghi di ritrovo incluse chiese, quarantene domiciliari e ospedaliere, singole o di gruppo con conseguenti accaparramenti nei supermercati e altro ancora. Fino a quando non si sa. Tutto proporzionato e ragionevole? Bisogna innanzitutto conoscere che la letalità di questo virus è molto diversa per fasce di età: raggiunge il 15-20 per cento nei pazienti > 65 anni portatori di malattie gravi (cardiopatie, malattie respiratorie o renali) perché colpisce le cellule dell’apparato respiratorio provocando polmoniti e gravi dispnee che necessitano di assistenza intensiva, ma è lo 0 per cento al di sotto dei 10 anni di età. Le gravide contagiate non hanno sintomi e se trasmettono il virus (a volte non avviene perché non passa la placenta) il neonato è asintomatico, il virus non passa nel latte materno così che l’allattamento al seno non va interrotto (già sul nostro sito Aiblud banche del latte abbiamo pubblicato un documento completo e tranquillizzante).

In parole povere, il sistema immunitario della popolazione giovane è in grado di combatterlo più efficacemente perché più flessibile. A questo si aggiunga che, chi ha fatto quest’anno la vaccinazione antinfluenzale è più protetto, in quanto il vaccino contiene seppure una parte degli antigeni del Cov-2. Come dice l’Oms, la Covid-19 nell’80 per cento dei casi è lieve: raffreddore o poco più. In quanto nuovo virus ha una contagiosità elevata che può essere ben arginata dalle misure igieniche che l’Iss (Istituto superiore della sanità) ha emanato e che tutti conoscono (il virus si diffonde dalle vie respiratorie con le goccioline di flugge, micro gocce di saliva che lo contengono, per cui bisogna stare a distanza reciproca di almeno un metro, evitare contatti, lavarsi frequentemente le mani, evitare di portarle agli occhi o alla bocca ecc.. ).

A questo deve aggiungersi che chi non ha sintomi e ha il virus in fase di incubazione, cioè che si ammalerà nel giro di 10-15 giorni, ha una carica infettante molto più bassa di chi ha la malattia conclamata che può essere come già detto lieve o grave a seconda del paziente. Tutto ciò per confermare che, se tutti responsabilmente adottassero queste norme, cioè chi è malato lieve rimane a casa ad attendere di guarire, se più grave sia assistito in ospedale con ossigeno o tecniche di ventilazione di intensità diversa, mentre chi è sano continui a svolgere le normali e necessarie mansioni sociali con le accortezze segnalate dall’Iss, la diffusione del virus sarebbe se non arrestata, fortemente diminuita. Il rapporto onesto e trasparente dei casi che si manifestano per chiudere le catene di trasmissione dei casi va indubbiamente reso pubblico, ma senza inutili allarmismi e individuando le risorse necessarie nel contesto epidemiologico del picco influenzale attuale.

Quindi, per concludere, riassumo: in primis va raggiunto, mediaticamente e con il medico di base, il segmento di popolazione più esposto (cioè gli over 65) informandoli realisticamente del loro rischio elevato di malattia. Al contempo è vitale preservare i presidi sanitari (leggi i pronto soccorso) limitandone l’accesso ai soli pazienti con polmonite o insufficienza respiratoria valutata in un triage telefonico dal medico di base e sanità pubblica. Ricordiamo che le terapie intensive hanno già in carico pazienti affetti da insufficienza respiratoria da influenza che devono essere assistiti. In ogni caso l’ospedale “Bufalini” da settimane ha già espanso la recettività possibile per l’assistenza respiratoria a pazienti adulti, allargandosi in aree di medicina d’urgenza che possono aiutare pazienti con tecnologie semi-intensive.

Se tutti noi adottassimo con responsabilità queste norme, riesce veramente difficile credere che il blocco delle attività sociali possa aggiungervi un’efficacia ulteriore. Il virus con cui noi oggi ci confrontiamo non è già più quello “selvaggio” comparso in Cina in gennaio e in un certo senso la sua mutazione della proteina “spike” lo rende meno aggressivo. È un virus Rna, notoriamente più fragile. Tutti ci auguriamo che le autorità civili e sanitarie con grande buonsenso adottino provvedimenti strettamente proporzionati all’epidemia che stiamo affrontando.

Augusto Biasini