Ermes Maria Ronchi
Ermes Maria Ronchi, teologo dell’Ordine dei Servi di Maria

Di fronte all’aumento esponenziale dei contagi da coronavirus tutta l’Italia è ormai “zona protetta”, sottoposta a misure sempre più stringenti volte a limitare i movimenti per contenere e contrastare il diffondersi dell’infezione. Tra queste la sospensione – in un primo tempo limitata unicamente alle “zone rosse”, ora estesa a tutto il territorio nazionale – delle messe con partecipazione di popolo, privazione particolarmente sentita in un tempo spiritualmente forte come la Quaresima, nel quale l’emergenza sanitaria ci costringe a fare i conti con qualcosa che non vorremmo ammettere, anche se qualche giorno fa le ceneri ce lo hanno riportato bruscamente davanti agli occhi: la nostra fragilità. “In questi giorni avverto anzitutto il sentimento della precarietà della vita che posso perdere da un momento all’altro e, al tempo stesso, della vita come dono”, rivela al Sir padre Ermes Ronchi, teologo dell’Ordine dei Servi di Maria, scelto nel 2016 da Papa Francesco per guidare gli Esercizi spirituali di Quaresima per il Pontefice e per la Curia romana.

Padre Ronchi, che cosa sta nascendo di buono in questo tempo di emergenza? La consapevolezza che la mia esistenza e quella degli altri non dipendono da me; non sono io il padrone della vita. Basta un virus – ancorché con un nome regale – a metterla a rischio. Un virus che può aiutare tutti noi a purificarci dalla nostra indifferenza di fronte a questo mistero che la nostra società tenta di controllare e a volte “dominare” attraverso il progresso scientifico-tecnologico. Questa emergenza è in realtà un invito a servire la vita.

In che modo? Anzitutto ponendo fine alla superficialità, all’indifferenza, all’egoismo che fa mettere me al centro di tutto; quindi non dimenticando che tutto è dono. La salute e il buon funzionamento, oggi, delle cellule del mio corpo sono un dono da riscoprire; nulla è scontato o dovuto. In questa cornice si colloca la necessità di scelte e comportamenti responsabili verso se stessi e gli altri… Forse ci voleva proprio l’esperienza del male comune per dirci che cos’è il bene comune, oggi tanto deriso e vituperato. Da questa emergenza si può ricavare una lezione di solidarietà: la tua vita è anche la mia vita, e io con le mie forze collaboro alla costruzione del bene comune. Evito perciò di aprire falle nella diga di contenimento comune con scelte irresponsabili e obbedisco alle disposizioni restrittive comportandomi con cautela e responsabilità perché proteggendo me stesso proteggo i più deboli, i più esposti: anziani, adulti fragili, bambini malati.

Quaresima significa quarantina, ossia quarantena, in sorprendente analogia con quanto stiamo vivendo. Quali frutti positivi possono derivarne? Chissà che questa precarietà, il senso di un “nemico” che incombe su di noi non siano davvero le ceneri che in alcune zone la liturgia del mercoledì non ha potuto imporre. Sono probabilmente queste le ceneri che imponiamo sulla nostra esistenza per incamminarci verso la luce sfolgorante della Pasqua, prefigurata dal Vangelo della Trasfigurazione di domenica scorsa. Se accogliamo queste ceneri fatte di limiti, rinunce, paure, fatiche, malattia, sofferenza, morte, allora possiamo entrare in una consapevolezza più grande, quella di essere coinvolti e responsabili gli uni degli altri, base del vivere civile e del vivere cristiano. In ognuno di noi c’è l’orma di ognuno; in ogni vita entrano in vari modi tutte le esistenze. La Quaresima accende una luce sulla nostra precarietà: il Vangelo della prima domenica ricordava che non di solo pane vive l’uomo. Non possiamo vivere trasformando tutto in beni economici; in momenti come questi ci accorgiamo che il re capitalista è nudo e che si vive anche di contemplazione, di bellezza, di relazioni, di sapienza. Come ci dice il Vangelo di domenica scorsa. Ma viviamo anche di vita donata per curare gli altri, come quella di questi eroi moderni che sono i medici e gli infermieri che soffocano la paura per dedicarsi con abnegazione a chi è fragile e malato. Questi giorni “senza” possono costituire un’opportunità per dedicarci a qualcosa che di norma fuggiamo come un nemico: l’interiorità. Si può avere tempo per meditare, pregare, camminare, vivere la pura gioia del dono e del ringraziamento, viaggiare interiormente in compagnia dei grandi di ogni tempo.

E il “digiuno” della messa? Se accolto nel modo giusto, può costituire una strada inedita verso l’Assoluto che ci aspetta. Sul modello dei Padri del deserto che vivevano e riuscivano a camminare verso Dio al di là dei riti e delle formule liturgiche. Questo è il momento di rientrare in sé, tornare all’interiorità, al mio io che si accende davanti al mistero della vita e al mistero di Dio. Sono giorni in cui sentirsi incalzare da qualcosa che ci preme dentro ed è più caldo, più intenso, più luminoso di tutto ciò che ci preme da fuori.

Giovanna Pasqualin Traversa (Agensir)