La mappa del contagio in Europa
La mappa del contagio in Europa

Non solo l’Italia, ormai quasi tutt’Europa ha paura del Coronavirus. E rischia di fare passi indietro nella sua identità. È quello che testimoniano alcuni ravennati che vivono all’estero per lavoro e che quindi hanno un punto d’osservazione diverso sulla crisi che stiamo vivendo.

“Io sono chiusa in casa da giorni – racconta Francesca Danesi, 27 anni, che vive a Londra da 7 e fa la project manager per un’azienda d’ingegneria – ma qui sono l’unica in giro con la mascherina”. In sostanza, gli inglesi, per quel che ha potuto vedere Francesca, pensano ancora che il sia un problema “degli altri”: “Dicono che noi italiani siamo un popolo più ‘tattile’, ci tocchiamo di più, e così si trasmette di più il virus, dicono che abbiamo un’età media più alta, il che è abbastanza vero, ma per ora non è stato fatto molto per contenere il contagio: i pub e i ristoranti sono stati chiusi solo venerdì scorso, la scuola ufficialmente è chiusa ma ci sono tante eccezioni. E le persone solo ora stanno cominciando a rendersi conto del pericolo”.

Nella sua società, spiega Francesca, lo smart working è una possibilità di lavorare per i dipendenti ma non da ora: “Spesso lavoro così – spiega – e prima che chiudessero l’ufficio, la settimana scorsa, il 60% dei dipendenti già era a casa a lavorare da remoto, proprio per questa emergenza”. Ma anche la casa può non essere un luogo completamente al sicuro negli appartamenti condivisi della Londra contemporanea: “Noi siamo in quattro: una è andata ad abitare altrove quando è scoppiata l’emergenza ma il nostro coinquilino prima del ‘lock down’ lavorava in una catena d’abbigliamento. E’ stato certamente a contatto col pubblico”. E questa è una delle ragioni per le quali Francesca vorrebbe tornare a casa. L’altra è la qualità della sanità inglese: “Certo, ci sono i servizi privati, ma nel pubblico i tagli sono continui: abbiamo la metà dei posti letto in terapia intensiva che avete

voi”. Il problema è che nemmeno tornare oggi è così semplice. E la Brexit non c’entra: “Ho la cittadinanza inglese e quindi non ho problemi dal punto di vista tecnico. Già da tempo ho nostalgia del mio Paese ma la situazione economica italiana peggiorerà e le possibilità lavorative saranno ancora meno”. Terzo problema: Schengen, che proprio a causa di questa crisi, di fatto, è carta straccia. Diversi Paesi hanno imposto limitazioni allo spostamento delle persone: “C’è un solo volo diretto su Roma al giorno e costa una follia: se faccio degli scali, temo di rimanere ferma negli aeroporti”.

Non ha avuto problemi di visti né di spostamenti, invece, Chiara Zannoni, che lavora in un’azienda di digital marketing a Berlino ed è appena tornata da un viaggio nell’estremo Oriente. “Qua la cosa è un po’ sfuggita di mano: nei giorni scorsi era difficile trovare acqua e altri beni. I supermercati sono stati presi d’assalto”. Nel suo discorso alla nazione della scorsa settimana, Angela Merkel ha esortato al buon senso ma per ora non si parla di “lockdown”, cioè di fermare le attività produttive come in Italia. “Era molto toccata, si vedeva – racconta Chiara – ma credo che qui ci sia una questione culturale che impedisce misure simili: qualsiasi limitazione alla libertà individuale qui viene vista come una minaccia alla democrazia”. Un rischio, in una situazione di epidemia come questa.

C’è ancora tanta gente in giro, in effetti che si comporta come se nulla fosse – ragiona Chiara –. Il rischio non è abbastanza percepito. D’altra parte anch’io all’inizio l’avevo presa sotto gamba”. Ora invece lavora da casa e non esce se non per necessità, anche perché il lavoro in smart working è abbastanza diffuso nella capitale tedesca, almeno nel suo settore. “Tornare in Italia? No, non ne sento la necessità”. Paura per l’Italia e per i propri cari? “Si fa fatica a non preoccuparsi in questo momento. Questa cosa ha sconvolto la vita di tutti, ma credo che possiamo farcela”.