Stefano Falcinelli
Stefano Falcinelli

È imperfetto, inefficiente, costoso, insufficiente, ma non abbandona nessuno. Il sistema sanitario nazionale è ancora la miglior opzione di cura per Stefano Falcinelli, presidente dell’Ordine dei medici e odontoiatri della provincia di Ravenna. Anche di fronte a un’epidemia di Coronavirus.

Sembrano passati secoli da quando, qualche mese fa, il dottor Stefano Falcinelli ha dato alle stampe “Al servizio della salute. Per una nuova alleanza terapeutica tra pazienti, medici e servizio sanitario”: allora ci si lamentava delle liste d’attesa; oggi bisogna fare i conti con il numero di respiratori disponibili per far sopravvivere chi è colpito dalle complicanze di questo virus. E di fronte a questa inedita situazione, spiega Falcinelli, le strategie possono essere essenzialmente due, come scrive Roberto Buffagni in un suo recente articolo: non fare nulla e non investire troppe risorse nel limitare il contagio, come ha scelto di fare la Gran Bretagna, e curare in base alle risorse disponibili oppure attivare misure drastiche per contenere il contagio e ampliare al massimo la capacità di cura del sistema sanitario, la strategia che ha scelto il nostro Paese. Nel primo caso, l’economia resta in equilibrio, ma i morti aumentano. Nel secondo, viceversa, si crea deficit ma forse si riescono a contenere i decessi. E di fronte a questa scelta, Falcinelli, par di capire, è felice di essere italiano.

Però occorre che tutti contribuiamo a contenere il contagio da Coronavirus, rispettando i decreti ministeriali: “Come mostra bene il grafico della Fondazione Gimbe, se rallentiamo la diffusione del virus ci sarà un impatto meno violento sul sistema. Ovvero se spostiamo in avanti il picco, questo sarà meno acuto e meno drammatico per tutti”.

In secondo luogo, poi, occorre “proteggere il personale sanitario perché senza gli opportuni presidii, il contagio diventa un problema per tutti”. É ormai nota la battaglia del presidente dell’Ordine sulla necessità di dotare tutti i medici di mascherina: necessità condivisa dall’Ausl ma che non è stato ancora possibile soddisfare.

La domanda che tanti si pongono, però, è essenzialmente quanto durerà quest’emergenza. “Ho sperato e creduto che l’essere lontani dalla via Emilia potesse esserci d’aiuto, ma non ci sono evidenze di questo. La preoccupazione è che siamo solo un po’ in ritardo rispetto a Bergamo o ad altre zone che oggi sono martoriate. Credo che molto dipenda dai prossimi giorni”.

Come medici avete capito l’evoluzione della malattia dal punto di vista epidemiologico? “Si tratta probabilmente di una polmonite di tipo auto-immune, che presenta un’elevata contagiosità e una durata variabile. Pare che il cortisone non abbia effetto, mentre al Pascale di Napoli hanno iniziato ad usare un nuovo farmaco che sembra velocizzare la guarigione”. “L’80 % della popolazione la supera senza problemi, il 10% presenta complicanze e necessita di un ricovero e un altro 10% finisce in rianimazione. Purtroppo, i decessi si aggirano sui 3,5 e 5%”, stima il dottore.

E proprio in questa situazione di grande stress per il sistema, non si rischia di lasciare indietro qualcuno, persone che hanno altre patologie gravi, ad esempio? “Sono rinviate molte operazioni, ma non tutte: le neoplasie, ad esempio si operano. Si seguono criteri precisi. È giusto dare linee guida, anche per il lavoro dei rianimatori, altrimenti lasci solo il medico. Il nostro è un servizio che punta a curare tutti”.

Fino alla fine e con umanità? In questi giorni abbiamo letto testimonianze di parenti che non sono riusciti a dire addio ai loro cari malati di Covid… “È difficile, ma non mi sento di dare colpe. Siamo in guerra, certe cose possono saltare. Non vuol dire che sia giusto, ma può accadere. D’altra parte ci sono colleghi, in ospedale, che sono allo stremo, soprattutto in rianimazione”