Monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia
Monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia

Senza Messa, come in tante zone di missione. E la missione per i cristiani, in questo tempo sospeso e surreale di mancanza di relazioni per l’epidemia di Coronavirus, è proprio questa: non perdere la fede e testimoniare la speranza della vita eterna. È il messaggio dell’arcivescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, in quest’intervista a Risveglio Duemila. Ma anche della preghiera di affidamento della città e della Diocesi alla Madonna Greca che ha voluto fare venerdì 13 marzo nel Santuario cittadino di Santa Maria in Porto. E allora approfondiamo con l’arcivescovo Lorenzo come vivere la nostra fede in questo tempo “senza” molte cose ma, come sempre, pieno di Dio.

Arcivescovo, come sta vivendo la nostra diocesi questo momento di digiuno eucaristico e le ristrettezze dovute al rischio contagio?“I nostri contatti sono diminuiti, dal punto di vista reale.  Ma ci sono le telefonate, i messaggi, i social. Quando sono cominciate queste limitazioni alle Messe e ai sacramenti c’è stata una reazione significativa, di sacerdoti e fedeli che pensavano si potessero almeno esentare le celebrazioni. Ma non è questione di mettere in secondo piano l’Eucaristia. Occorre evitare assembramenti perchè proprio attraverso di essi si trasmette la malattia. Si tratta di un atto di carità verso i più deboli e gli anziani e un tentativo di limitare il contagio per impedire un afflusso verso il nostro sistema sanitario che lo metterebbe a dura prova. Ho visto le chiese molto frequentate domenica primo marzo, quando ancora era possibile celebrare; c’è richiesta di partecipare all’Eucaristia, e questo mi pare un bel segno”.

La fame aiuta a capire quanto è essenziale il pane..“Sì, questa situazione aiuta la presa di coscienza della ricchezza che abbiamo a disposizione: di chiese, di Messe, di sacerdoti. E ci aiuta a capire quanto sia doloroso per certe chiese di missione non avere sacerdoti e possibilità rarissime di celebrare l’Eucaristia. E forse ci permette di condividere la condizione dei cristiani che non hanno libertà di culto, che sono perseguitati o senza sacerdoti accanto. Loro hanno trovato il modo di far sopravvivere la fede, attraverso la preghiera, la Parola, il ritrovarsi in famiglia, in comunità. Come in Giappone, dove il cristianesimo sopravvisse per secoli alle persecuzioni e, quando tornarono, i missionari ritrovarono comunità di cristiani, ovviamente tutti laici. Oltre all’Eucaristia, ci sono mezzi che dobbiamo riscoprire nella loro potenza di Grazia, nella consapevolezza che il Padre provvidente non abbandona i suoi figli e viene incontro al loro bisogno in tutte le situazioni”.

Questa è un’emergenza dalla quale si può imparare qualcosa?“Questo piccolo virus ha messo in grave difficoltà una delle nazioni più potenti del mondo, e tutto l’Occidente industrializzato che ha una grande fiducia nella scienza e nella tecnica. Scopriamo periodicamente che ci sono fenomeni naturali che ridimensionano la nostra illusione di poter dominare il Creato. Questo avviene quando non rispettiamo le leggi della Natura o con le malattie, soprattutto quelle inguaribili, che ci ricordano come siamo destinati alla morte. Questa realtà nel nostro mondo viene negata, perché non ci sono risposte alle domande: e dopo? Vale la pena vivere? E perchè siamo nati? Davanti alla morte tutta la vita diventa un mistero. E l’universo e il Creato non sono più nelle nostre mani. Di fronte a questo, i cristiani possono dare una risposta e testimoniare che, invece, abbiamo la prospettiva di una vita  senza fine. Non è un desiderio ma una certezza: Cristo è risorto e anche noi risorgeremo con lui”.

Da questo punto di vista, le difficoltà  di dire addio a chi muore negli ospedali e le restrizioni sui funerali, pesano molto…“Certo, ma per i propri morti è possibile comunque pregare. In casa, in famiglia. Il sacerdote può essere chiamato per una parte delle Esequie, per la benedizione alla tomba, e poi si potranno fare Messe dopo. Manca, certamente, la presenza dell’assemblea perché non è possibile riunirsi. È questa la ragione per la quale i vescovi e anche la Santa Sede hanno deciso di sospendere le celebrazioni fino al 3 aprile. Forse sarà così anche per le Palme, non si potranno fare celebrazioni ma sarà possibile ritirare in chiesa l’ulivo e fermarsi per una preghiera individuale. E la Pasqua è un grande punto interrogativo”.

Come consiglia di vivere, allora, la domenica e la propria fede in questo tempo?“Anzitutto valorizzando il tempo che abbiamo a disposizione con la preghiera e la riflessione personale e non riempiendolo di tv e cellulare. Occorre riscoprire la Bibbia, che ognuno di noi ha in casa, e rileggere il Vangelo. Questo tempo è anche un’occasione per riflettere sulla nostra visione della vita, sul nostro rapporto con Dio e sulla vita eterna che non sarà solo eterna ma piena, priva di tutti i mali e i problemi che abbiamo ora. Spesso siamo troppo concentrati sul presente, mentre dobbiamo prepararci all’Incontro”.

È un tempo, questo, nel quale gli anziani, i disabili e le persone più fragili rischiano di “rimanere indietro”. Come fare carità al tempo del Coronavirus? “La principale solidarietà  che tutti siamo chiamati a fare è stare a casa e non diffondere il virus. Poi certamente aiuti ad anziani, persone con handicap, vicini e parenti in difficoltà si possono fare, come si sta facendo, per dare aiuti essenziali, nel modo e con gli accorgimenti necessari per evitare il contagio. È essenziale non fare questi servizi in gruppo. Infine, dobbiamo sostenere e incoraggiare tutti coloro che operano nel mondo della sanità che svolgono il loro lavoro su mandato dell’intera comunità”.

Ancora un dato ecclesiale: sono diverse le parrocchie che hanno avviato sperimentazioni con la trasmissione di Messe o commenti online, via Facebook o YouTube: la Chiesa è capace di andare online? Ed è utile farlo? “Oggi, dovendoli utilizzare, scopriamo la potenzialità positiva di questi nuovi strumenti (della radio e della tv li conoscevamo), non solo per lavoro o per divertimento ma anche per comunicare cose importanti e favorire la preghiera individuale. È possibile lasciarsi provocare in questo modo alla preghiera. Ma poi bisogna continuare il dialogo in un rapporto vero e vivo con il Signore. Perché Dio è Spirito, non lo si adora in chiesa o in altro luogo ma in tutti i luoghi”.