C’è chi sta in prima linea e chi nelle retrovie. Chi ha già dovuto affrontare lutti, spesso più dolorosi e complessi “che in tempo di pace” e chi sta vivendo la fatica dello “stare fermo” in attesa di andare al “fronte”. Per tutti, comunque, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo è fonte di paura e disorientamento. Ma c’è anche il risvolto della medaglia, come abbiamo scritto più volte in queste pagine e come ci conferma Annalisa Marinoni, medico psicoterapeuta: “Come scrive Giovanni Salonia, psicologo, direttore dell’Istituto Gestalt e cappuccino,  forse stiamo per oltrepassare l’epoca della società liquida. Abbiamo bisogno di ritrovare questo noi e questa situazione ci porta a farlo: un noi che non si costruisce sulla paura ma sul prendersi cura gli uni degli altri”. Qualche traccia di “resilienza”, tentativi di “inventare nuovi tipi di vicinanza” già si intravedono. E sono un po’ come le gemme che si vedono sugli alberi in questa strana primavera, come spiega la dottoressa Marinoni.

Annalisa Marinoni

Dottoressa, come descriverebbe la situazione che stiamo vivendo dal punto di vista psicologico? “L’immagine che vorrei usare è quella di una grande guerra ottocentesca: qualcuno sta al fronte, qualcun altro nelle retrovie, qualcuno ha la responsabilità del comando, altri fanno le sentinelle o gli strateghi. Io mi sento in questo caso  un soldato a cavallo, che porta informazioni. E tutto questo si può leggere attraverso tre livelli: quello personale, delle relazioni più strette o della collettività”

Può spiegare meglio?“C’è evidentemente chi sta combattendo la battaglia contro il virus in prima linea, penso ai sanitari ma anche a chi sta vivendo il dolore di una perdita: per tutti loro le emozioni sono complesse. Poi c’è chi sta nelle retrovie, come tanti di noi, almeno in questo momento: sentiamo l’onda d’urto ma ancora non investe direttamente le nostre vite, o solo in parte. Per molti sono crollate le abitudini: viviamo quello che si definisce lo ‘scioglimento dello scontato’ che può dare varie reazioni: da un lato libera energie ma genera paura per il futuro, a volte angoscia. Certamente è più a rischio chi ha più fragilità. A livello di piccoli gruppi, c’è tutto il tema della ‘rischiosità delle relazioni’ (gli anziani da soli, i figli di coppie in crisi, i disabili in famiglia) che in una forzata convivenza possono generare risorse ma anche aumentare le tensioni. E poi c’è lo sguardo sulla collettività, che ha affrontato ad esempio da Giovanni Salonia.

Qual è il suo pensiero?“Forse siamo al capolinea della cosiddetta società liquida. Stiamo riscoprendo il senso del noi, che ora è più che altro basato sulla paura ma si può costruire altro. Ci sentiamo ‘gettati nella vita’ e questo ci fa percepire la nostra fragilità e ci chiede di ri-posizionarci e individuare cosa è davvero importante. Ma induce anche a prendersi cura degli altri, a ‘inventarci forme di vicinanza’ nuova (con la scrittura, una telefonata o una videochiamata). Io penso che questo possa indurre a dare fiducia: all’umano, anzitutto, nella sua capacità di rialzarsi ma anche alla fede e alla comunità. Nell’immagine di Cristo che si fa vicino a tutte le creature in tutte le situazioni: tocca i lebbrosi (e il Coronavirus è la lebbra dei nostri giorni), cerca chi sta nel sepolcro, indica il farsi prossimo del samaritano. È un’occasione anche per la Chiesa”.

Cosa fare dunque per vivere meglio questo momento?“Anzitutto, io credo che ognuno debba fare i conti con sé stesso e con le proprie responsabilità. C’è chi è costretto a stare in prima linea ma c’è un coraggio richiesto anche nello stare fermi e magari preparare risorse per quando serviranno. Dal punto di vista collettivo, occorre anzitutto accettare quel che sta succedendo anche, magari, come un’occasione per cambiare stili di vita. Si tratta di un’emergenza anche educativa: ai nostri figli abbiamo insegnato il dialogo ed è importante. Ma ora, da adulti, dobbiamo anche mostrare loro come ubbidire, fidarsi delle autorità”.

E dal punto di vista individuale? “Cercare di riposizionarsi: facendo memoria, ad esempio, delle situazioni complicate che già si sono superate, cercando e ricorrendo a ciò che normalmente ci fa star bene, quindi spazio ai legami, all’arte, alla musica, ma anche al raccontarsi. Per qualcuno, ad esempio, è d’aiuto ‘agganciarsi’ alla realtà, con una routine. È importante passare del tempo con i bambini, ascoltare le proprie emozioni, parlare delle proprie ansie. Anche scegliere ciò che leggiamo”.

Cosa può essere d’aiuto a chi perde un caro per l’epidemia e, nella maggioranza dei casi, non può nemmeno dirgli addio?“Sono lutti senza corpo, senza parole, viene bloccato Il processo di rielaborazione. Ma, come  l’esperienza clinica insegna, ‘non tutto quel che fa soffrire danneggia’: dipende dalle risorse che la singola persona ha a disposizione. Si può piangere al telefono, dare parole a questo dolore; si può investire sulla fede, pregare, sentire che Gesù è vicino e che la nostra fatica  ha davanti la prospettiva della vita. Può capitare di non poter dire addio, anche in tempi normali: è un’esperienza lancinante, mache si può superare”.