Paolo Tarlazzi, direttore sanitario del Santa Maria delle Croci
Paolo Tarlazzi, direttore sanitario del Santa Maria delle Croci

L’emergenza cambia volto ogni giorno all’ospedale di Ravenna, spiega il direttore sanitario del Santa Maria delle Croci Paolo Tarlazzi. “Ora abbiamo quasi riempito anche il quinto piano della Chirurgia, un altro reparto Covid. E ora affrontiamo la questione dei post-acuti: cioè di chi non ha più bisogno di cure intensive ma ha bisogno di un luogo dove trascorrere il periodo necessario alla ‘negativizzazione’”. Si pensava, in sostanza, che il problema dei posti letto fosse legato principalmente a quelli di terapia intensiva (attualmente 10 occupati su una disponibilità che, comprendendo anche i presidi di Lugo e Faenza potrebbe arrivare a 38). Ma ora se ne sta affrontando un altro, quello dei cosiddetti “post-acuti”. Una “buona notizia”, per un certo verso, perché significa che per ora il virus ha creato complicanze tali da dover fare ricorso a respiratori e terapie intensive solo in una percentuale non elevata di pazienti. Ma, appunto, l’emergenza cambia volto ogni giorno al Santa Maria delle Croci.

E quindi dottor Tarlazzi? “Stiamo pensando a un altro reparto che potremmo chiamare ‘post-acuti Covid’ ma siccome l’intensità di cura necessaria non sarebbe elevata, stiamo ragionando assieme al territorio, non solo in ospedale. A Lugo sono già ricoverati 20 pazienti su 40 posti. E in terapia intensiva sono occupati circa 10 posti sui 12 del santa Maria delle Croci”.

Ma poi ci sono gli altri a Lugo e Faenza? “Si ma, dopo la convenzione firmata la scorsa settimana dalla Regione, stiamo valutando l’idea di lasciare l’ospedale di Faenza libero dai malati di Covid 19 e utilizzare invece letti e disponibilità del privato accreditato: penso alla San Pier Damiano a Faenza o alla Domus Nova. Attualmente i pazienti ammalati di questa patologia necessitano soprattutto di un livello medio-alto di cure, di una pneumologia”.

Ci sono tamponi per tutti coloro che dovrebbero farlo? Come va l’individuazione degli ammalati sul territorio? “E’ necessario fare il tampone in base a criteri epidemiologici, non ‘a tappeto’ quindi ma sulla base di evidenze di possibili contagi. Poi, c’è una difficoltà legata alla sensibilità del singolo operatore: occorre arrivare a un punto preciso della laringe per individuare con certezza la positività. Può capitare che un referto negativo in realtà non lo sia al 100%. In quest’opera di ricerca però l’Igiene Pubblica sta facendo un grande lavoro”.

Com’è il livello di stress tra gli operatori? “Si è creato un nucleo forte di professionisti di varia estrazione e livello di responsabilità gerarchico con cui ci si sta sostenendo molto. Come sempre succede in questi casi, d’altra parte, da soli non si va da nessuna parte. E questo abbassa il livello di stress. Ma tutto dipenderà da quanto questa emergenza durerà”.

E la solidarietà di questi giorni per l’ospedale? “Straordinaria. Ho contatti continui con tantissime persone. Anche sui dispositivi di protezione individuale: non li abbiamo ancora, ma sono fiducioso che nei prossimi giorni possano arrivare”.