Antonio Chiusolo
Antonio Chiusolo

È un fiume in piena, Antonio Chiusolo, operatore della Caritas e responsabile del coordinamento provinciale degli enti di Servizio Civile, quando parla della sua battaglia (vinta, fortunatamente) contro il Covid-19. Si aggrappa al racconto, come si è aggrappato agli “sguardi”, spiega, in quella settimana di ricovero al Santa Maria delle Croci (in parte anche in Terapia intensiva) per la polmonite interstiziale causata dal Coronavirus. “Sguardi”, più che volti, dice, perché le mascherine impediscono di dare un’identità a quegli occhi. Ma quanto sono stati importanti in quel momento, spiega a Risveglio Duemila: “Se non hai qualcuno vicino, non ce la fai”. E fa un esempio concreto: “Una notte – racconta – stavo facendo terapia d’ossigeno con il ‘casco’, lo chiamano, uno scafandro che devi portare in testa per ossigenare il corpo. Per fortuna quell’infermiere si era scritto il nome nella mascherina, per farsi riconoscere: si chiamava Dante. Ecco, Dante mi ha detto: ‘Antonio, tu ce la fai, lo vedo dai valori…’. Questo mi ha dato la forza, mi è rimasto in mente”.

“Non siamo pronti”: lo ripete almeno tre volte nel corso dell’intervista che ha il ritmo di un torrente di montagna: “è un viaggio inaspettato, ha tante potenzialità, ma devi fidarti. La relazione cura”. E dire che lui di solidarietà se ne intende, da coordinatore degli enti di servizio civile in provincia. Ma quello che ha visto al Santa Maria delle Croci negli ultimi 10 giorni, ha un altro sapore: “Mi pare quasi di essere tornato dalla guerra. Ho visto quella solidarietà che si mette in moto quando non c’è più niente. Una preparazione e un’umanità incredibile”.

Antonio era arrivato in Pronto Soccorso due settimane fa, su consiglio del medico, per una febbre molto alta che non accennava a diminuire. “Non so come l’ho preso, ma i miei familiari hanno avuto qualche sintomo nei giorni e nelle settimane precedenti, ma mai febbre per più giorni”. Fortunatamente, Chiusolo non ha mai provato il sintomo più terrorizzante del Covid-19, la cosiddetta “fame d’aria”: “Sentivo una grande stanchezza e un minimo di difficoltà a sbadigliare, ma è stata la febbre ad indurmi a telefonare al mio medico”. Il problema, prosegue Antonio è soprattutto psicologico ed emotivo: “Dalla misurazione dell’ossigeno nel sangue si è attestata una carenza: quando sono entrato in ospedale avevo il 90% dell’ossigeno, ma sono arrivato anche al 40%”.

Di qui l’urgenza del ricovero. “Ero in camera con il primario di Malattie Infettive di Rimini. E anche lui mi diceva ‘non eravamo pronti’, soprattutto al fatto di sentirsi contaminati e contaminanti. Ho visto una persona morire nella mia stanza. Non siamo pronti”. Forse per questo qualcuno ancora fatica a rispettare i divieti: “Quello che ho passato io non lo auguro a nessuno, ma dobbiamo superare il nostro individualismo e stare a casa: è fondamentale”.

Pian piano, grazie a un farmaco sperimentale (l’anti-artrite che è stato testato per la prima volta al Pascale Napoli), alla terapia classica e a una grande forza di volontà, l’ossigeno nel sangue di Antonio risale, la sua salute fino al trasferimento in pneumologia e alle dimissioni, alla fine della scorsa settimana. “Il mio fisico ha reagito positivamente a tutte le terapie”.

E ora? “Sì, può essere un’esperienza di rinascita la mia – risponde alla sollecitazione di Risveglio Duemila –. E’ stato un tempo di grandi relazioni, con chi non credevi. Ora sento l’esigenza di parlare, con mia moglie ci stiamo raccontando. C’è voglia di tempo, per noi, il resto verrà dopo”.