Caravaggio (1600-1601) Incredulità di San Tommaso

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il commento al Vangelo di don Luciano Chistè (parrocchia di San Paolo) Nella gioia della Pasqua, contempliamo Gesù Risorto. Egli “è prima di ogni creatura e alla radice di tutto l’essere. Egli è la meta ultima della storia. Egli è la sorgente della vita”. La seconda domenica di Pasqua è chiamata la domenica della Divina Misericordia, istituita da san Giovanni Paolo II nel 1992, obbedendo all’invito di suor Faustina Kowalska, mistica polacca. Ella, nel suo diario, annota l’invito di Gesù a celebrare la festa della Misericordia nella seconda domenica dopo Pasqua. C’è infatti un profondo legame fra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della misericordia.
La Chiesa infatti si rivolge oggi “al Dio di eterna misericordia, perché ravvivi la fede del suo popolo, accresca la grazia, perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti” (Colletta). In questa liturgia, infatti, possiamo contemplare e gioire per i doni della misericordia di Gesù Risorto. Anzitutto il dono della comunità dei battezzati, che è perseverante nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Una comunità dove si condividono i beni, secondo il bisogno di ciascuno, nella letizia e nella semplicità di cuore.

Ci sono poi i doni del Risorto, che, apparendo il primo giorno della settimana, comunica ai suoi discepoli, chiusi nel cenacolo, la gioia. Li ricolma dello Spirito Santo, perché possano perdonare i peccati. Li rende apostoli di misericordia. Infine il dono della fede a san Tommaso, che passa dall’incredulità ad una fede forte e convinta (Gv 20, 28). Egli, assente durante la prima venuta di Gesù, si ritrova poi nel Cenacolo, con i dieci apostoli, otto giorni dopo. “Mette il suo dito nel segno dei chiodi, tende la mano e la mette nel fianco di Gesù ed esce quella grandiosa professione di fede, una delle più alte del quarto Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!” (20, 28). “La narrazione giovannea attesta il dramma del credere dell’apostolo Tommaso. Per approdare alla fede pura egli deve passare attraverso un itinerario tormentato e incerto”.

Gesù ha premura e pazienza anche nei confronti di questa fede così pretenziosa e faticosa di Tommaso, pur celebrando e lodando lo splendore della fede pura e radicale di chi non vede, ma crede. “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! (20, 29). L’esito della storia di Tommaso, un povero di fede, è confortante per tutti noi, che procediamo spesso a tentoni nella galleria spesso oscura della ricerca di Dio” (Monsignor Gianfranco Ravasi).
Rileviamo che San Tommaso è chiamato “Didimo” (in aramaico significa: gemello) (Gv 20, 24).

Il Vangelo ci invita a identificarci con Tommaso, il nostro ‘gemello’. “C’è infatti molto Tommaso in ciascuno di noi: possiamo sentirlo nostro gemello nella sua incredulità e nel suo dubbio, ma anche nel suo risorgere e credere, perché il Dio in cui crediamo è il Dio che ci offre sempre la possibilità di un nuovo inizio”.