Foto Siciliani/Calvarese (Agensir)
Foto Siciliani/Calvarese (Agensir)

Le conseguenze del Coronavirus sono e saranno non solo sociali ed economiche, anche psicologiche. Specie per chi è in prima linea contro il virus. Per questo L’Ordine delle Professioni infermieristiche di Ravenna scende in campo a sostegno degli infermieri avviando un programma di sostegno psicologico e professionale.

Il programma si compone di due progetti. Il primo, che parte mercoledì 8 aprile con cadenza settimanale, prevede una serie di incontri virtuali online alla quale i professionisti potranno accedere liberatamene per confrontarsi con un collega infermiere, che è anche psicologo e psicoterapeuta, e con i componenti del consiglio direttivo dell’Ordine. Insomma una “comfort zone” virtuale. Il secondo consiste in un programma di colloqui individuali gratuiti con più psicologi.

“Sono gli stessi infermieri che ci chiedono aiuto- spiega la presidente Paola Suprani– l’esperienza che stiamo vivendo produce ansia e sofferenza; fatica fisica, dolore emotivo, turni estenuanti, c’è il rischio concreto di burnout professional”. Su youtube un videomessaggio del segretario dell’Ordine, Maicol Carvello, tratta il delicato momento vissuto dagli infermieri evidenziando i rischi che corrono e attestando la vicinanza dell’Ordine ai suoi iscritti in questo momento cosi’ delicato. Gli infermieri, afferma “stanno dando prova di un livello di professionalità, competenza e dedizione che certamente non sono passati inosservati”. Ma “non sono comportamenti straordinari, caratterizzano la professione infermiristica”. Certo gli infermieri, prosegue, cominciano anche a “mostrare i segni di una pressione fisica, emotiva, psicologica e professionale senza precendenti”. L’Ordine ravennate “sta monitorando con estrema attenzione tutta questa fase cosi’ delicata”.

Dati alla mano, “una persona infetta su 10 è un operatore sanitario, i Ddpi sono irreperibili a livello nazionale e le Aziende pubbliche e private, oltre che le Amministrazioni, stanno davvero facendo tutto quello che è in loro potere per averne una dotazione sufficiente”. Ma si deve fare “più del possibile” ed “effettuare i test diagnostici a tutti gli infermieri attivamente coinvolti“. Ma ci sono anche infermieri “stigmatizzati nel loro contesti abitativi condominiali” e, conclude, “non possiamo permetterci questo colpo emotivo”, sanno infatti benissimo come comportarsi in un contesto residenziale (Dire).