Grazia Pecorelli
Grazia Pecorelli

Riaprire sì, riaprire no? Riaprire quando ma soprattutto come. I criteri possono essere tanti, le decisioni in questo momento spettano ai politici ma sono di natura anche scientifica e tecnica. Soprattutto c’è chi, tra i sanitari inizia ad avere paura (non per sé, ma per tutti). Ha dato voce a questo suo sentimento sulla sua bacheca Facebook Grazia Pecorelli, cervese di origine e di formazione, dirigente medico al Pronto Soccorso del Sant’Orsola di Bologna. La Pecorelli è tra i 100mila medici firmatari dell’appello alle autorità per potenziare i servizi sanitari territoriali e trattare i contagiati ‘il prima possibile’ (vedi qui: https://www.pressenza.com/it/2020/04/100-000-medici-lanciano-un-appello-alle-massime-autorita-sanitarie-nazionali-per-il-superamento-dellepidemia/). E spiega perché. Il post s’intitola “Rumore di fondo”.

 “Lavoro in Emilia Romagna e mi sento fortunata – spiega il medico –: a me non sono mai mancati i Dpi ma spesso il silenzio a fine turno, quando il brusio politico, filosofico, antropologico, sociologico e un po’ anche scientifico che da un po’ è divenuto assordante. Da due giorni è il caos di chi dice cosa. Inutile, gli scienziati per lo più confermano che è presto per riaprire, i politici in ordine sparso cercano di placare gli animi di ogni bandiera e grado. Noi? Beh noi abbiamo paura, della risacca”.

Il perché lo spiega in termini scientifici: “Non abbiamo ancora capito se il virus lascia una immunità, quanto sia permanente (i suoi cugini corona del raffreddore per pochi mesi), se le complicanze (una irritabilità immunitaria che attacca vasi, polmoni, reni e cervello) siano permanenti o ricorrenti. Non sappiamo ancora quando sarà pronto il vaccino. Sì sì certo, se arriva presto sarà la prova del nove della teoria complottista. Sappiamo però che siccome non è una comune influenza bisogna trattare precocemente il paziente, perché non passa facilmente e generalmente si complica con una lesione polmonare che chiamiamo polmonite senza esserlo. Non riusciamo ancora a carpire perché si ammalano di più i maschi e perché colpisca tanti giovani. E, no, non c’è ancora stato tempo sufficiente per pronunciarci su quale sia matematicamente l’impatto sul numero di contagi e ricoveri in terapia intensiva che ci sembrano in calo ma bisogna ancora incrociare i dati”.

Nelle incertezze, Pecorelli e i suoi colleghi hanno trovato una strada: “Certo, il cambio di rotta tra trattare i più gravi e iniziare dall’inizio sui paucisintomatici, ci pare efficace”. Di qui l’appello a trattare i pazienti il prima possibile e sul territorio: “Mancano però ancora i numeri e le percentuali per avvalorare l’intuizione della giusta strategia, ci vuole ancora tempo”. “Solo allora – prosegue – si potrà ragionare su quando e come interrompere il lockdown, su che percentuale di rischio possiamo e potete correre di ammalarvi. Perché…è chiaro che la malattia non è scomparsa e con lei non è scomparso il virus? È chiaro che non abbiamo abbastanza tamponi, che i test non validati non ci consentono di testare correttamente la popolazione, che le app possono funzionare solo se abbiamo il coraggio di rinunciare alla nostra privacy? Se sì, se ciascuno si assume le sue responsabilità, cittadini tutti compresi, allora ok”.

“Qualcuno dice che saremo ospedali Covid per altri 4 anni – spiega Pecorelli -.Io spero proprio di no. Non ne posso più del rumore di fondo (non sento gli odori, non sento i sapori, sono stanchissima sa? non riesco a fare niente, mai stato così stanca in tutta la mia vita, non respiro mi dia l’ossigeno…)”