L'arcivescovo durante la celebrazione
L'arcivescovo durante la celebrazione

Dio non può salvarci senza il nostro contributo. Lo ha detto con forza monsignor Lorenzo Ghizzoni durante la veglia della notte di Pasqua celebrata nella sera di sabato 10 aprile in Cattedrale. Insieme a lui il parroco, don Arienzo Colombo, oltre a don Vincenzo Cetrangolo e al diacono Luciano Di Buò. La liturgia, pur ridotta a causa delle disposizioni legate al coronavirus, ha visto all’inizio l’accensione del cero pasquale e, nel corso della celebrazione, il rinnovo delle promesse battesimali.

All’inizio dell’omelia, l’Arcivescovo ha fatto riferimento al Figlio di Dio, il Cristo risorto che appare alle donne, il mattino di Pasqua. “Chi crede nel Cristo risorto ha già in sé il principio della vita eterna e può dire a se stesso: sono io quello che risorgerà, in un corpo diverso ma incorruttibile. Questa certezza ci fa affrontare ogni peso, fatica umana con una speranza che non viene vinta da nulla e ci da la forza per aiutare gli altri, per favorire il miglioramento delle situazioni umane  e sociali”. E proprio i diversi e principali aspetti della vita sociale, modificati e sconvolti dal coronavirus, sono stati oggetto della seconda parte dell’omelia dell’arcivescovo.

“ A causa della pandemia stiamo affrontando un tempo di solitudine e di deserto – ha detto monsignor Ghizzoni –, con diverse ma necessarie limitazioni, rispetto a come eravamo abituati a vivere. Il deserto, nella Bibbia, è contraddistinto da due aspetti: la totale precarietà dell’uomo e la sua dipendenza da Dio. E l’uomo, sentendosi solo e nel bisogno, a quel punto inizia a pregare, a rivolgersi a Dio. E’ quel Dio a cui molti chiedono oggi: ‘perché non intervieni?’. Ma, ha precisato l’Arcivescovo, il creatore provvede sempre alle nostre necessità umane, perché sa ciò di cui abbiamo bisogno.

“Tuttavia il Padre non ci salva senza il nostro contributo, egli non ci tratta da bambini ma da adulti – ha aggiunto mosnignor Ghizzoni –. Dobbiamo mettere a frutto i nostri doni, come l’intelligenza, la prudenza, le capacità scientifiche e tecniche, l’immaginazione, la capacità di usare la libertà, di sperare, di amare. Vanno utilizzate per affrontare le situazioni della vita, facendoci però sostenere e illuminare dal Suo spirito. Se pretendessimo di far fare tutto a Dio, a forza di miracoli, resteremmo delusi. Egli  ci tratta da adulti capaci di assumerci le nostre responsabilità”.

A questo punto l’arcivescovo si è posto alcune domande sul futuro, quando la società pian piano ripartirà dopo questa pandemia. “Mi chiedo se oltre alla solidarietà e all’aiuto reciproco che sono in atto non dobbiamo, come cristiani, pensare ad alcuni aspetti che oggi sono messi in crisi dal coronavirus. Mi chiedo, ad esempio, che futuro avrà la Messa domenicale e se essa non ci fosse, quali altri cose dovremo fare per alimentare la nostra vita di fede? Ad esempio la preghiera in casa, in famiglia, alimentata anche dalle nuove tecnologie comunicative. Mi chiedo che modello di famiglia vorremo proporre ai nostri figli e che suggerimenti ci sta dando, in proposito, questa esperienza che. E mi chiedo che cosa deve cambiare nel rapporto fra clero e laici per dare vita a una Chiesa che sia più comunione e missione.

Ed ancora, il rapporto fra Stato e Chiesa: ci si è chiesti se, con le restrizioni che abbiamo dovuto rispettare, non ci sia stata una limitazione della libertà religiosa. E io dico: stiamo alle indicazioni emerse al Concilio Vaticano II, indicate in particolare nella Gaudium et Spes (al n. 76)? E per le altre confessioni religiose cosa chiediamo? Il sistema sanitario ha mostrato dei limiti, ma ci ha fornito anche esempi quasi eroici nei medici e nel personale infermieristico. Quale sarà il suo futuro e quali testimonianze chiediamo ai cattolici impegnati in campo sanitario? Infine, quali indicazioni verranno dalla dottrina sociale della Chiesa per la ricostruzione delle economie più deboli, per evitare lo sfruttamento dei popoli, per un corretto rapporto fra gli stati?

Il tempo di Pasqua ci permetterà di riflettere, di dare risposte, di rinnovare il nostro agire come singoli e come Chiesa, lo speriamo e lo chiediamo al Signore risorto”.