Giotto (1303-1305) Ingresso a Gerusalemme. Affresco Padova, Cappella degli Scrovegni
Giotto (1303-1305) Ingresso a Gerusalemme. Affresco Padova, Cappella degli Scrovegni

Domenica delle Palme. Stralci dal Vangelo secondo Matteo (Mt 26, 14 – 27, 66). Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa “Luogo del cranio”, gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: “Costui è Gesù, il re dei Giudei”. Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: “Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!”. Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!”. Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: “Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!”. Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.(…)

Commento al Vangelo di don Alberto Brunelli, vicario generale della Diocesi. In questo periodo così particolare della nostra vita, costretti forzatamente a rimanere chiusi nelle nostre case, testimoni di tante morti e contagi per l’epidemia, ma più sensibili e disposti a riflettere sul significato della nostra vita e sul valore della fraternità e del contatto umano al quale dobbiamo provvisoriamente rinunciare, ecco che veniamo a incontrare ancora Gesù nel suo cammino verso la morte. Morte che paradossalmente ci porta la vita senza fine. Alla perpetua domanda “perché il male?, perché la morte e la sofferenza?”, Dio Padre non risponde con un ragionamento filosofico, ma con il sacrificio di suo Figlio: siamo nelle mani di Dio, un Dio talmente buono da dimostrarlo in questo modo così fuori da ogni ragionamento umano.

I tanti malati che muoiono negli ospedali lontano dalla presenza e dall’affetto dei propri cari, sono come Gesù morente sulla croce e, come lui, possono contare sulla presenza ai loro piedi di Maria che veglia i propri figli con l’amore di una madre. Quella madre la cui presenza non sarà stata indifferente al buon ladrone, per contribuire a fargli cambiare l’atteggiamento di fronte a quell’uomo che disprezzava, ma che in quel momento mostrava la sua grandezza. San Matteo si limita a riportare che “anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo”. Evidentemente il tempo poi passato vicino a Gesù sulla croce e lo sguardo da mamma di Maria ai suoi piedi, hanno lasciato nel cuore del buon ladrone un segno indelebile.

Per capire la volontà di Dio, per avere il dono della serenità interiore, per imparare ad accettare quello che ci accade senza disperare, occorre guardare Gesù crocifisso con gli occhi non di un giudice sprezzante o di un cortigiano deluso, ma di una mamma come Maria, di un fratello come San Giovanni, di una sorella come santa Maria Maddalena. Occorre un coinvolgimento diretto e non interponendo distanze o calcoli di convenienza. “Restate qui e vegliate”, dice Gesù ai suoi apostoli al Getsemani, i quali invece si addormentano e poi al momento del suo arresto per il tradimento di Giuda, “lo abbandonarono e fuggirono”. Pietro da parte sua “lo aveva seguito, da lontano… per vedere come sarebbe andata a finire” e, dopo il tradimento, pianse amaramente.

Questi atteggiamenti, più che da un disinteresse o dal timore, nascono dall’incertezza e dall’insicurezza: cosa sta accadendo? Come mi devo comportare? Cosa mi posso aspettare? Quando vogliamo calcolare le conseguenze, inevitabilmente ci distacchiamo dalle persone e dalla loro vita. L’atteggiamento di Maria, invece, è una risposta spontanea nata dall’amore che nutriva per il Figlio. La comprensione delle cose avverrà in un secondo momento, qui sulla terra oppure solo quando saremo davanti a Dio. Così come dobbiamo fare in questi giorni: continuare a pregare, anche se impossibilitati a farlo insieme nelle nostre chiese. Poi, a mente fredda, rifletteremo sull’importanza della comunità riunita attorno all’altare, segno perenne del sacrificio di Cristo.