Francesca Ghetti
Francesca Ghetti

“La paura aleggia nell’aria, nessuno ne è immune”. “La mia vita è stata travolta da questa emergenza”. “Mi sento immensamente piccola davanti a tutto questo”, “il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta”. Un giovane medico davanti all’emergenza sanitaria, su uno dei fronti più caldi (l’ospedale Maggiore di Parma), le sue emozioni, la sua fede: di questo parla la lettera di Francesca Ghetti, ravennate, originaria della parrocchia di Mezzano, che da oltre un mese non torna a casa dalla sua famiglia per quest’emergenza e per la paura di contagiare i suoi cari. “In questo deserto, in questo silenzio quasi assordante – scrive -, solo in Dio riesco a trovare la primavera, a respirarla, assaporarla. E’ Dio che porta speranza dove sembra non essercene, è Dio che porta dignità anche dove noi vediamo solo buio. Dio è la promessa della primavera, una promessa concreta, reale…è la promessa che l’inverno non l’avrà vinta, nonostante tutto” Buona lettura.

Covid-19…ormai non si sente parlare d’altro. Questo microscopica entità, questo piccolo parassita, è riuscito a occupare i primi posti su ogni canale di informazione di massa, è al centro dei nostri discorsi, dei nostri pensieri, delle nostre paure. Anche la mia vita ne è stata stravolta. Sono un medico specializzando in radioterapia oncologica all’Ospedale Maggiore di Parma, dal 23 febbraio non torno a casa e non vedo mio marito, la mia famiglia, i miei amici. 

La mia vita, così come quella di ogni dipendente ospedaliero è stata ribaltata, convertita, reindirizzata. Qui a Parma ci sono molti casi e così tanti medici, infermieri ed operatori sanitari sono impiegati nella gestione dell’emergenza sanitaria. La mia vita è divisa tra il reparto di radioterapia dove portiamo avanti le cure per i malati oncologici e i reparti covid, dove ciascuno cerca di dare una mano secondo le proprie competenze e capacità. 

Mi sono trovata catapultata nel mondo dei DPI (dispositivi di protezione individuale: mascherine, cuffie, tute), dell’assenza di contatto, della distanza di sicurezza. In un reparto dove il prendersi cura, l’ascolto, l’accompagnamento sono parte integrante della cura, queste misure di sicurezza hanno un impatto notevole su operatori e pazienti. Ci si guarda da lontano, tra occhiali, cuffie e mascherine…ci si scruta, si prova a decifrare il mondo interiore fatto di fatica, paure e speranze di chi ci sta di fronte. 

La paura aleggia nell’aria, nessuno ne è immune. Questa paura ci interroga, ci mette davanti alla domande più profonde che portiamo nel cuore e ci rendiamo conto che in fondo, non siamo poi così diversi gli uni dagli altri, siamo tutti sulla stessa barca. Si è come divisi tra la paura del contagio (più che altro per il rischio di contagiare i propri cari a casa) e la preoccupazione di garantire a tutti le giuste cure nei tempi e nei modi corretti. 

Nel tragitto casa-ospedale ogni giorno guardo gli striscioni appesi, i biglietti di incoraggiamento, di ringraziamento…e trovo un po’ di coraggio e tanta speranza. In questa situazione, come diceva Giovannino Guareschi, mi rendo conto di avere il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta e dalla quale esco senza medaglie e nastrini. 

Mi sento immensamente piccola davanti a tutto questo. Mi sento piccolissima e totalmente impotente davanti alla sofferenza dei pazienti (covid, oncologici..di qualsiasi tipo), davanti alla distanza, davanti alla solitudine che vivo e viviamo, davanti alle comunicazioni fatte per telefono, davanti a chi non ce la fa. 

In questa piccolezza, ho cercato di far tesoro delle parole di Etty Hillesum, e conservare un posticino per Dio in me. In questo deserto, in questo silenzio quasi assordante, solo in Dio riesco a trovare la primavera, a respirarla, assaporarla. Riesco a vederla nei sorrisi nonostante tutto, nei messaggi dei pazienti, nei ringraziamenti dei parenti, negli abbracci da lontano, nella dignità di chi soffre. 

Vorrei concludere con le parole di Papa Francesco che dice: “Prendersi cura della fragilità delle persone e dei popoli, significa custodire la memoria e la speranza; farsi carico del presente nella sua situazione angosciante ed essere capaci di ungerlo di dignità”. E’ Dio che porta speranza dove sembra non essercene, è Dio che porta dignità anche dove noi vediamo solo buio. Dio è la promessa della primavera, una promessa concreta, reale…è la promessa che l’inverno non l’avrà vinta, nonostante tutto. 

Francesca Ghetti, specializzanda in Radiologia all’Ospedale maggiore di Parma