L'arcivescovo di Lima, Monsignor Carlos Castillo Mattasoglio

L’azione immediata e coordinata a livello ecclesiale, con un incarico esplicito dato a un vescovo ausiliare. E, al tempo stesso, la necessità di un pensiero “lungo”, per vivere le sfide, culturali, sociali ed ecclesiali poste dall’arrivo della pandemia. Del resto, a Lima dicono che monsignor Carlos Castillo Mattasoglio, da quasi un anno e mezzo primate del Perù, in quanto arcivescovo della principale diocesi del Paese, è insieme pastore e uomo di cultura, “un intellettuale con il cuore”. Senza dubbio “cuore” e “testa” servono in questo momento, e serviranno, a Lima, nel Perù e non solo. L’area metropolitana, che la capitale forma assieme alla città portuale di Callao, è probabilmente la seconda per contagi da coronavirus in tutta l’America Latina, dopo San Paolo del Brasile. In Perù i contagi hanno ormai superato da giorni i 50mila e i morti i 1.500, a causa di un’impennata che ha portato al raddoppio delle vittime in una settimana. Nella capitale peruviana, a Carabayllo, è attiva come noto la missione diocesana di Don Stefano Morini, visitata nel novembre scorso dal nostro arcivescovo Lorenzo. Don Stefano a fine marzo ci scrisse una lettera per condermarci come anche la sua missione di Jesus Misericordioso, fosse in quarantena, con la soepnsione di tutte le Messe e le attività parrocchiali.

Ecco l’intervista integrale all’arcivescovo di Lima, realizzata da Agensir

Eccellenza, il contagio sta avanzando a Lima. Quali sono i problemi più preoccupanti?
L’area metropolitana è effettivamente quella in cui il Covid-19 si sta facendo sentire in modo più acuto. Da una parte c’è la preoccupante estensione della pandemia, dall’altra, di pari passo, l’aumento della povertà. La quarantena, qui dura da circa due mesi. Io stesso tornavo da Roma e ho dovuto mettermi in isolamento. Devo dire che il provvedimento è arrivato al momento giusto, è stato opportuno. Ma le abitazioni dei poveri non sono fatte per vivere una quarantena, il povero per vivere ha bisogno di uscire, vive della strada. E infatti la povera gente spesso è uscita, per esempio nei mercati. Non ce la fa più e le misure non reggono, perché la povertà diffusa ne impedisce il pieno rispetto. Così, stiamo assistendo a un aumento di contagi e vittime. In molta gente, bisogna riconoscerlo, c’è anche povertà culturale, mancanza di educazione.

Come Chiesa arcidiocesana, in che modo vi siete organizzati?
Già con l’avvio della fase sinodale della nostra arcidiocesi, abbiamo cercato di dare un nuovo dinamismo alla Caritas e Pastorale sociale. Siamo entrati in rapporti con una quindicina di organizzazioni della società civile, già prima dell’emergenza, un lavoro prezioso. Oggi siamo attivi nella distribuzione di alimenti, i magazzini in cui vengono raccolti sono quelli della Chiesa. Tutto ciò avviene grazie a un grande gruppo di volontari. Abbiamo privilegiato le zone e le parrocchie più povere, trovando una grande capacità di mobilitazione. C’è anche un grande bisogno di ascoltare e di essere ascoltati. Ho incaricato mons. Guillermo Elías, vescovo ausiliare, di coordinare i vari aspetti legati alla pandemia. Prima di questa emergenza c’era un’idea dei preti molto legata alla sola celebrazione della Messa, oggi invece i sacerdoti stanno anche ascoltando le persone, rispondendo alle telefonate. Poi, abbiamo avuto la fortuna di non avere contagiati tra i sacerdoti e abbiamo preferito che non visitassero subito i malati, poiché potevano trasformarsi in propagatori di contagio. E invece infermieri e medici cattolici sono stati autorizzati a portare la comunione.

Anche in Perù le Messe sono state sospese. Come vivono le comunità questa situazione?
Come in altri Paesi, c’è stata una fase di incertezza, poi la celebrazione pubblica è stata sospesa ovunque, ora si sta parlando di riaprire, ma questo non vorrà dire che il pericolo sia cessato. Ho trovato interessante il fatto che la gente, al di là di qualche minoranza, ha capito la situazione, non hanno per esempio preteso che si facesse la processione del Signore dei miracoli. La cosa essenziale è che noi siamo chiamati ad adorare il Signore “in spirito e verità”. E mi ha sempre colpito il fatto che Giovanni, nel quarto Vangelo, sostituisce il momento della consacrazione con quello della lavanda dei piedi. Alla luce dei segni dei tempi, forse dovremo anche ripensare le forme con cui vivere il sacramento, anche in modo creativo.

Che messaggio la Chiesa può portare in questo frangente alla società peruviana?
Io credo che la grande malattia del Perù sia l’individualismo, inoculato anche da una cultura liberista che ha fatto seguito alla stagione della dittatura di Fujimori, impedendo la nascita di una rete di organizzazioni popolari, di quelli che vengono spesso chiamati “corpi intermedi”. Ma l’individualismo è entrato anche nella nostra fede. In pratica, si è fatta strada che la cosa importante è “salvare la mia anima”. Ma questo lo dicono anche gli evangelici. Nell’aspetto pubblico c’è stata attenzione per la vita nascente, per la battaglia contro l’aborto, ma non per un’idea di comunità, di costruire un futuro insieme. Ecco perché sono convinto che questa pandemia sia una sfida all’individualismo, e, insieme, sia alla nostra pastorale che alla politica.

E la politica come sta rispondendo a questa sfida?
Devo dire che il Governo ha preso decisioni coraggiose, nella scelta di dare un salario minimo a chi è stato colpito da questa crisi ho visto l’eco della proposta di papa Francesco, contenuta nella recente lettera ai movimenti popolari, di un salario minimo per tutta l’umanità. Sta emergendo la figura della ministra dell’Economia scelta dal presidente Martín Vizcarra. Si tratta della trentacinquenne Maria Antonieta Alva Luperdi. È liberale di formazione, ma ha capito che questa economia, come dice il Papa, uccide. Lo stesso presidente Vizcarra ha saputo circondarsi di un gruppo di giovani intellettuali. Certo, scontiamo una dura eredità, una storica disattenzione per i servizi sanitari pubblici, per le zone più deboli, per l’Amazzonia. La più grande sfida, oggi, è di ripensare l’economia mettendola sotto il controllo democratico, e l’altra sfida è quella di allargare la democrazia, come ci insegna la Dottrina sociale, alle associazioni, alla società civile. In Perù c’è un vincolo sociale da ricostruire. Sono contento che anche alcuni sindaci si siano messi in ascolto della società. I politici che hanno finora governato questo Paese non ascoltavano nessuno, loro sapevano tutto, i poveri, i contadini… non valevano nulla.

E tutto questo avviene in un sistema frammentato, come testimoniato dalle recenti elezioni per il Parlamento, con moltissimi politici finiti in carcere. E il prossimo anno ci saranno delle delicatissime elezioni presidenziali…
In Parlamento ci sono vari leader populisti, il rischio del caudillismo, della deriva autoritaria, è concreto. Non ci sono partiti solidi, sono presenti gruppi come gli “Israeliti del nuovo patto universale”, una setta fondamentalista e millenarista. Andiamo verso elezioni difficili ed è urgente trovare leader non manipolatori. L’attuale presidente Vizcarra è stato abile, aveva già ben amministrato la regione del Moquegua, ma non potrà ricandidarsi. Scontiamo anche una mancanza di educazione alla cittadinanza, e il rischio è che le cose vadano come in Brasile.

Ci sono ragioni per essere ottimisti?
Stiamo forse vivendo la situazione più grave degli ultimi due secoli, a parte le Guerre mondiali. È importante avere un Papa come Francesco. Sa intuire le cose e con l’aiuto dello Spirito Santo ci aiuta a trovare una via d’uscita. Penso che sia finita la stagione del liberismo globale. Bisogna leggere i segni dei tempi, e il Papa è guidato dal Signore e ci trasmette forza. Ne usciremo se saremo profondi e non frivoli, e la frivolezza ha fatto molti danni anche nella Chiesa.

Bruno Desidera (Agensir)