Potenziare il territorio e individuare ogni caso sospetto, senza lasciare scoperto l’ospedale (che potrebbe dover fronteggiare una seconda ondata di contagi con la ripresa delle attività produttive e sociali). È questa la vera sfida della cosiddetta Fase 2 per la sanità ravennate vista con la lente di Roberta Mazzoni, direttrice del distretto socio-sanitario di Ravenna. Il “metodo segugio”, attuato in alcune zone del Veneto con test a tappeto su tutta la popolazione, da noi “non è in programma”: troppo ampio il numero di cittadini da testare (e poche risorse) e poi “il tampone è utile per fotografare una situazione che può variare nel giro di poche ore”. Sarebbe un po’ come cercare un ago in un pagliaio, sembra dire la Mazzoni: “Meglio investire le risorse sui casi sospetti, sulla loro individuazione e sui tamponi tempestivi”. È quel che si sta cercando di fare nella nostra provincia con il potenziamento delle cosiddette Usca, unità speciali di continuità assistenziali, e con la velocizzazione dei riscontri sui tamponi effettuati. Sorvegliate speciali, poi, le Case residenze anziani dove, annuncia la Mazzoni, “è già stato fatto un primo giro di test sierologici a tutti gli operatori sanitari. E lo ripeteremo ogni 15/20 giorni”.

Dottoressa Mazzoni, come funzionano le Usca?
Si tratta di squadre speciali di medici, attualmente sono una ventina, che su segnalazione del medico di medicina generale, si occupano della rilevazione dei sintomi Covid-19 e si recano al domicilio del caso sospetto. A breve avranno la possibilità di fare test tampone e, in fase di guarigione, anche visite a domicilio o negli alberghi Covid-19.

Perché è necessario potenziarle e come lo farete?
I dati sul contagio da Covid-19 ci dicono che ad oggi i rischi maggiori di ammalarsi si riscontrano nelle Rsa (residenze sanitarie assistenzaiali) e attraverso il contagio famigliare. Su questo secondo fronte, come Ausl, siamo in trattativa per avere un secondo albergo Covid, oltre a quello di Lido Adriano. Per quel che riguarda le Usca abbiamo in previsione circa 40 assunzioni.

Si trovano medici ora?
Ad esempio quelli che venivano assunti per la continuità assistenziale. È necessario potenziare i servizi territoriali senza lasciare scoperto l’ospedale, dove, tra l’altro, è ripresa l’attività ordinaria e dove ci attendiamo un aumento di contagi. Questo equilibrio da trovare è il vero punto critico di questa Fase 2. Con la consapevolezza che se intercettiamo prima i malati, riusciamo a limitare l’aggravamento dei sintomi. La frontiera è il territorio e l’individuazione dei casi sospetti. L’indicazione è non avere paura di fare tamponi. Ora abbiamo reagenti e kit, siamo in grado di avere risposte in 24/26 ore.

E allora perché non organizzarsi come in Veneto, con una rilevazione a tappeto, il cosiddetto “metodo segugio”?
In Veneto è stato fatto solo in alcuni paesi: noi non facciamo tamponi preventivi a tutti, ma solo ai casi sospetti. Sarebbe impossibile. Anche perché il tampone è utile solo a fotografare una situazione che può variare. Preferiamo investire risorse nel seguire i sintomi e individuare in modo tempestivo i casi. Attualmente, poi, abbiamo riscontri sul fatto che la contagiosità c’è in misura significativa solo 2 giorni prima della comparsa dei sintomi. Vero è, però, che su questo virus abbiamo ancora molto da imparare.

E i test sierologici?
E’ utile per escludere o indicarci un contatto con il virus, ma anche questo deve esser ripetuto. Li abbiamo riservati al personale sanitario e a quello delle Rsa.

Come vi siete organizzati per prevenire il contagio nelle Rsa?
Questi luoghi sono la “priorità 1” per noi. Abbiamo già fatto il test sierologico a tutto il personale delle Cra della provincia, e lo ripeteremo tra 15/20 giorni. Ora stiamo procedendo con le comunità anziani e con le case famiglie. A questo aggiungiamo i tamponi per i casi sospetti e l’osservazione dei sintomi. Se si rileva un solo caso di positività, il tampone si estende a tutti gli ospiti e gli operatori della struttura. Abbiamo inoltre attivato una procedura di verifica sulla disponibilità dei dpi (mascherine e guanti): nel caso le mascherine le possiamo fornire noi. Abbiamo infine attivato un’azione di sorveglianza della temperatura degli ospiti due volte al giorno.

E la rilevazione della temperatura agli operatori, come avevano chiesto i sindacati?
Abbiamo fatto una nota formale per sollecitarlo in tutte le strutture. Ma, oltre al fatto che ora è difficile reperire i termoscanner, è un’azione che necessita una organizzazione complessa. Credo anche che possiamo puntare sulla responsabilità del singolo operatore.

Come vede la Fase 2?
È necessaria, ma occorre prepararsi. Tutti abbiamo imparato comportamenti di sicurezza che vanno mantenuti. Dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere. Fino a quando? La disponibilità del vaccino è una meta.

Daniela Verlicchi