Il professor Roberto Farnè di gioco e attività all’aperto per i ragazzi se ne intende. E’ professore ordinario in Didattica generale, insegna “Pedagogia del gioco e dello sport” nel corso di laurea in Scienze motorie al dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita a Rimini. I suoi campi di studio e di ricerca riguardano principalmente il rapporto fra l’educazione e i media, la pedagogia del gioco e dello sport. E’ anche presidente della Libera università del gioco e il suo sarà uno degli interventi all’incontro su “Celebrare il diritto al gioco al tempo del Covid 19” che sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del Comune di Ravenna venerdì 29 maggio a partire dalle 17. Un dibattito di due ore con esperti di varie ‘discipline ludiche’ che porteranno il loro contributo per promuovere buone pratiche a supporto del diritto al gioco. Consiste in questo il seminario in programma alle 17 di oggi. Il seminario si aprirà con i saluti del sindaco Michele De Pascale e di Elisa Renda, funzionaria dell’Assemblea legislativa della Regione e referente del progetto ‘ConCittadini’. Oltre a Farnè interverranno Massimo Farneti, pediatra e presidente dell’associazione culturale ‘Pediatri in Romagna’ e referente regionale Emilia-Romagna, e Fiorenza Paganelli, psicomotricista e formatrice della scuola di ‘B. Aucouturier’. Modera Renzo Laporta, coordinatore progetto della Festa del diritto al gioco di Ravenna.

Professor Farné, partiamo da quanto è accaduto nei mesi scorsi, con il lockdown. Quanto può avere pesato sull’equilibrio dei bambini e dei ragazzi questo lungo periodo di “forzata reclusione”?

Ha pesato e non poco, perché si è trattato di un trauma, nel senso di una rottura drastica di una quotidianità che i bambine e gli adolescenti i vivevano nella loro quotidianità: pensiamo alla socialità, al rapporto con la scuola, alla gestione del tempo libero. Certo, ogni caso è a sé, e mi spiego: questi due mesi e mezzo di lockdown avranno pesato di più, penso, per un bambino che vive una famiglia magari numerosa e in una casa piccola, con un solo pc a disposizione, rispetto a un coetaneo che vive in spazi più ampi e con un numero ridotto di familiari e ha la fortuna di avere un giardino o un cortile in cui poter giocare.

Si è vissuta, e si vive ancora, la paura del contagio, e alcuni bambini hanno avuto lutti legati al Covid-19. Sono elementi che influire sulla loro crescita?

Per i piccoli che hanno perso un parente, magari il nonno o la nonna, si è accumulato trauma su trauma. Consideri poi che la morte nel mondo moderno viene ‘nascosta’, non vi è più una elaborazione del lutto in contesto familiare come accadeva in passato, quando i bambini, vedevano con i loro occhi un proprio parente ammalarsi e poi morire. Io penso però che i bambini abbiano una capacità di resilienza, di rielaborazione dei traumi che è superiore agli adulti e questo fa ben sperare per la loro crescita. Certo, occorre che tutti gli ecosistemi (famiglia, scuola, amici…) che concorrono alla formazione umana del bambino interagiscano l’uno con l’altro, facendo ‘star bene’ il bambino, non solo materialmente ma anche per gli aspetti relazionali e immateriali.

Da poco si è potuto tornare all’aperto, hanno riaperto i parchi e le aree pubbliche. Quanto è importante la vita all’aria aperta, non solo per i ragazzi, ma per ogni persona?

Credo che questo lockdown ci abbia aiutato a valorizzare l’esperienza di vita all’aperto. Con il mio gruppo di ricerca tentiamo di farlo da otto anni, cerchiamo di far capire che anche l’ambiente esterno è educativo, formativo. In questa seconda fase noi adulti dobbiamo restituire all’infanzia la familiarità con l’ambiente esterno.

Quale è il valore, nel percorso educativo e formativo di una persona, sia del gioco che dello sport?

Preciso che lo sport è una forma culturale del gioco, e certo, è importante, aiuta il ragazzo nello sviluppo fisico, nella socializzazione. Ma alla base dello sport vi è il gioco, che è una dimensione naturale non solo dell’uomo, anche gli animali giocano. In particolare nell’età dello sviluppo il gioco è un alimento fondamentale per lo sviluppo psicofisico della persona. Poi, man mano si cresce, diventa altro, importante ugualmente, ma con altre finalità. E’ positivo che il gioco sia riconosciuto come un diritto dell’infanzia, un diritto che noi adulti dobbiamo sempre tutelare e garantire. Il problema è che il gioco soffre, nella nostra società, di forti limitazioni, ad esempio i bambini sviluppano pochissime capacità legate alla dimensione ludica del gioco, perché la loro esperienza di gioco è molto direzionata. E qui entra in campo il ruolo delle istituzioni educative (asili, scuole…) che devono sopperire a questo deficit, insegnando ai bambini tante forme di gioco e aiutandoli a sviluppare le loro capacità creative.