Una delle rappresentazioni più famose dello Spirito Santo, nella Basilica di San Pietro
Una delle rappresentazioni più famose dello Spirito Santo, nella Basilica di San Pietro

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Il commento al Vangelo di suor Anastasia di Gerusalemme (monaca carmelitana)

Il Vangelo che la Chiesa ci offre in questa domenica ci permette di entrare, finalmente, nel compimento, nella pienezza del giorno della Pasqua: giorno di 50 giorni, che termina domenica, con la Pentecoste. Il capitolo 20 del Vangelo di Giovanni era iniziato con il movimento di Maria Maddalena, che al mattino, quando era ancora buio, viene al sepolcro e qui termina, con la precisazione temporale che apre il nostro brano: la sera di quello stesso giorno. Dall’alba del giorno della resurrezione, dunque, siamo chiamati a spostarci, a camminare fino alla sera, fino al momento in cui, come dice il Cantico dei Cantici, si allungano le ombre (Ct 2, 17).

Ma dentro questo crepuscolo dalle ombre lunghe, ancor più appesantito dalla paura che paralizza gli apostoli e dalle porte chiuse, bloccate, ecco, sfolgora la presenza del Signore Gesù. Non ha più bisogno di bussare alla porta, chiedendo che gli venga aperto, come lo udiamo fare nelle pagine del Cantico, quando, come sposo, viene, nel buio della notte, per incontrare la sua sposa (Ct 5, 2). Rimanendo chiuse le porte, scrive Giovanni, Egli sta, ritto in piedi, nella posizione del Vincitore, del risorto dalla morte. Nella posizione dello sposo che viene a prendere con Sé la sposa, invitandola alla danza festosa delle nozze, dell’unione con Lui.
Questo il Signore fa con noi, per noi, nella celebrazione della festa di Pentecoste! Davanti ai suoi discepoli Gesù mostra le mani e il fianco, mostra i segni del suo amore ferito, un amore però capace di dare vita nuova, di compiere ancora l’opera meravigliosa della creazione. Egli infatti respira il suo respiro sugli apostoli, soffia l’alito di vita, come fece il Signore Dio al principio nelle narici di Adamo (Gen 2, 7), perché possano divenire, pienamente, esseri viventi, capaci dell’incontro, della relazione con il Padre.
E mostra loro quelle mani, delle quali il salmista dice: “Le tue mani mi hanno fatto e plasmato!” (Sal 119, 73); le mani dello Sposo, intarsiate di gemme preziose (Ct 5, 14). Ancora un attimo e quelle stesse mani, se lo vogliamo, afferreranno anche noi, coinvolgendoci nell’abbraccio più tenero e forte, più amorevole ed essenziale che mai potremmo sperimentare.
Infine il Signore mostra il suo fianco, porta aperta per l’ingresso della sposa, di ognuno di noi nella sala delle nozze, dove veniamo accolti, sollevati, veniamo, appunto, sposati. Come avvenne per Eva, al principio, accompagnata fin dentro il suo Adàm, dopo essere stata da Dio costruita, formata come donna, come compagna per sempre (Gen 2, 21). Certo, ora capiamo perché nel mattino di Pentecoste, trascorsa ormai la notte, quanti vedevano e ascoltavano gli apostoli, dicevano che erano ebbri di vino dolce! Avevano davvero partecipato alla festa di nozze, dove era stato tenuto in serbo per la fine il vino migliore, quello scaturito dal fianco aperto dello sposo.
Ebbri della gioia di questo incontro, di questa danza, possiamo anche noi, davvero, celebrare la pienezza della Pasqua, il giorno della Pentecoste, festa di nozze della Chiesa col Signore Risorto.