Dal sito interris.it pubblichiamo questo pezzo di Luca Luccitelli. Si tratta della testimonianza di una madre raccolta durante una diretta di qualche giorno fa sulla pagina Facebook della Comunità papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi. Si parlava di aborto indotto con la RU-486. Tra i partecipanti anche il professor Giuseppe Noia. 

“Ho preso quello che sarebbe stato mio figlio e l’ho buttato nel wc”. Non è un fatto di cronaca nera e neanche un film. E’ la testimonianza di una donna che ha interrotto la gravidanza con la RU-486, la pillola abortiva. Natascia, 37 anni, lo ha raccontato nel corso di una diretta Facebook organizzata dalla Papa Giovanni XXIII , alla quale si era rivolta attraverso il numero verde per le gravidanze indesiderate. Un incontro organizzato in risposta all’appello, girato nelle scorse settimane, per “garantire” l’aborto durante l’emergenza coronavirus. Dato che gli ospedali sono da evitare il più possibile di questi tempi, nella petizione si propone di usare la procedura farmacologica, la pillola RU-486, al fine di permettere gli aborti a casa. Inoltre si chiede di allungare i termini entro cui è permesso interrompere la gravidanza volontariamente.

Un inganno nascosto dietro un presunto diritto. Ancora una volta, dietro l’apparenza di un presunto diritto, si cela un inganno che viene svelato dalla testimonianza integrale di Natascia, una donna che, come dice lei“ha ammazzato suo figlio con una pastiglia”. Una donna che ora ha ritrovato il coraggio per dare voce a tante donne vittime di pressioni, ricatti e solitudini.

La testimonianza di Natascia. “Avevo una relazione malata, stavo con una persona che mi faceva violenza psicologica e non solo. Ero totalmente dipendente da lui. Il giorno prima che gli dicessi che aspettavo un bambino questa persona mi aveva insultata e aggredita. Per alcuni mesi non usai più metodi anticoncezionali per problemi di salute. Poi un giorno mi sentii qualcosa di strano e andai subito in farmacia per fare il test: aspettavo un bambino.

Quando raccontai che ero incinta, la prima cosa che mi disse fu: “Mi dispiace, come si fa per abortire?”. La ginecologa che mi visitò mi parlò di questa pillola, dicendo che non era nulla, era una cosa semplicissima. Avrei dovuto assumere questo farmaco e poi avrei avuto una mestruazione un po’ più abbondante. E così avrei risolto il problema in fretta, senza necessità di fare un intervento. E poi mi disse una frase che mi colpì: “Se fosse mia figlia, glielo consiglierei”.

Siccome ero vicina al limite massimo per effettuare l’aborto, allora dichiarò il falso dicendo che avevo problemi psicologici e per cui era necessario assumere la Ru486. Io ero in una situazione confusionale. Non ero in me, non ho ricordi nitidi di quei giorni. Lui mi continuava a dire che non era niente, che tante donne abortiscono. Ma io dentro di me stavo malissimo. Nel frattempo la ginecologa si era mossa in fretta e appena una settimana dopo che avevo scoperto di essere incinta, mi mandò in un ambulatorio dove assunsi la prima dose del farmaco. E poi mi mandarono a casa. Quei due giorni furono terribili. Sapevo che stavo uccidendo una persona, che stavo uccidendo mio figlio. Ma non ormai non sapevo più cosa fare.

Dopo due giorni tornai in ospedale per una seconda dose. Cominciai ad avere contrazioni lancinanti e poi vomitai. Stavo malissimo, una dottoressa si avvicinò e mi disse: “Ma non lo sapevi che cosa stavi facendo?”. Sapevo, anche in quel momento, che stavo facendo qualcosa di terribile ma ormai non potevo più tornare indietro.

Nel pomeriggio andai in bagno e lì avvenne l’”espulsione”, come la chiamano i dottori. Un sorta di sacchetto rosso di sangue al cui interno c’era l’embrione. Lo vidi perfettamente. Lo presi, presi l’embrione, quello che sarebbe diventato mio figlio, e lo buttai con le mia mani nel wc. Poi continuai ad avere emorragie per altri 20 giorni. Non lo auguro neanche ad un animale!

Da quel giorno ho spesso incubi. Sogno di prendere una bottiglia dal frigo e quando la verso esce una sacchetta piena di sangue. Sogno spesso bambini morti. Vivo con un senso di colpa atroce. A volte mi sembra di diventare matta. 

Nessuno mi aveva spiegato nulla. Io non sapevo a cosa andavo incontro. Non è giusto che mi sia stata messa così tanta fretta per prendere questa pastiglia. Forse, se avessi avuto più tempo per pensare, se non ci fosse stata tutta quella fretta son sicura che avrei preso un’altra decisione. Credo che sarei stata accolta dalla mia famiglia. Anche da sola con il bambino.

Mi dicevano: “Non è niente, solo una mestruazione più abbondante”. Non è vero che non è niente, è atroce! Non è una cosa che si può dimenticare, ancora adesso ci penso tutti i giorni e ci penserò fino all’ultimo dei miei giorni. Non so se avrò un’altra possibilità, ma vorrei avere una bacchetta magica e tornare indietro. Con questa pastiglia ho ammazzato mio figlio”.

Luca Luccitelli (Interris)