Immagine di repertorio
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VII DOMENICA DI PASQUA – Ascensione
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28, 16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Il Vangelo di Matteo giunge alla sua conclusione con un appuntamento. Il Risorto aveva avvisato i suoi discepoli che li avrebbe preceduti nella Galilea delle genti. La famiglia dei Dodici si presenta all’ultimo appuntamento, ma sono in undici. Un dettaglio che Matteo ricorda al nostro presente: tutte le famiglie incontreranno insicurezze, paure, tradimenti. A chiunque verrà da dubitare. I discepoli hanno vissuto con Gesù, per tre anni, lo hanno sentito predicare. Dopo la sua morte e resurrezione, lo hanno visto risorto, per quaranta giorni e con molte prove.


Mentre s’incamminavano sul monte, a cosa avranno pensato i discepoli di questo appuntamento? Chi mette mano allo scarpone, sa bene che la scalata non è il raggiungimento di un traguardo. è l’esperienza itinerante stessa il vero traguardo.
L’Ascensione, dunque, non è l’epilogo di un romanzo, e non c’è da carpire il sugo di tutta la storia, per dirla alla Manzoni. Il Vangelo non si chiude qui, bensì si apre al mondo. E questo i discepoli, mentre ascendevano sul monte, lo avevano ben compreso. Si presentarono come discepoli e, dopo aver ricevuto il compito di insegnare alle genti, partiranno come maestri. Ma dubitarono, insicuri di loro stessi. Saranno capaci di seguirLo? Sapranno digiunare nel deserto, amare chi li deride, attendere il possibile martirio?

Per questo il vero Maestro lascerà in consegna il suo testamento, le parole più preziose, come quelle che diremmo noi oggi ai nostri figli in punto di morte. Questa la grande promessa: “Io sono con voi”. Non è un ‘”tornerò”, ma un “sono già con voi”. Questo mondo avrà una fine, un termine al tempo concesso a ognuno di noi. Le immagini di questi tempi, colonne di carri militari nel portare via un’intera generazione morta a causa del Coronavirus, ci lascia vuoti e sgomenti. Senza dubbio abbiamo tutti rivolto lo sguardo ai nostri figli, al termine di ogni telegiornale, invocando pietà per loro. Il pensiero anche ai nostri genitori. Che ne sarà di loro? Nella nostra quotidiana Galilea delle genti la parola più gettonata è certamente speranza!

L’uomo Gesù al culmine della sua sofferenza aveva gridato: Padre, perché mi hai abbandonato? è l’uomo Gesù che grida la nostra umana angoscia.Il Risorto ci regala la più bella di tutte le risposte, alla domanda che Egli stesso si era posto sulla croce: Io sarò con voi fino alla fine del mondo.

Il Vangelo termina con l’Ascensione, un momento fondamentale della nostra vita spirituale, nel quale ci è chiesto di chiudere gli occhi di carne per aprire quelli del cuore. Gesù sale al cielo per nascondersi ovunque sulla terra. E questi duemila anni di Cristianesimo porta bellezze incredibili!
Non serviranno più i cinque sensi per fare esperienza del Signore, ma sarà necessario sfruttare la risorsa irrinunciabile della fede, che ci permette di provare ciò che sfugge alla nostra percezione. Come ci ricorda Paolo nella seconda lettura: Dio illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati.

Beatrice e Valerio Buscherini