Uno strumento in teoria utilissimo, che rischia di andare sprecato. Soprattutto in provincia, dove a problemi “strutturali” del provvedimento si sommano difficoltà di settore come l’agricoltura, dove le gelate di fine marzo hanno, di fatto, azzerato la produzione di frutta e, con essa, la necessità di impiego stagionale.

Stiamo parlando della regolarizzazione dei cittadini stranieri, fortemente voluta dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova. Anche sul nostro territorio, la sua applicazione è partita il primo giugno, dopo la pubblicazione (in extremis, venerdì scorso) del decreto attuativo.

“Sono arrivate tante telefonate di persone interessate, nelle scorse settimane, alle quali non sapevamo come rispondere perché ancora il decreto attuativo  e le circolari non erano usciti – racconta Elisa Fiorani, presidente di Anolf Emilia-Romagna ODV (Associazione Nazionale Oltre le frontiere, costola della Cisl che si occupa, come volontariato, di immigrazione e intercultura)– e ora li richiameremo”. Certamente, ragiona Fiorani, se gli obiettivi dichiarati erano quelli di garantire una maggiore sicurezza e salute pubblica rispetto all’epidemia da un lato e di favorire l’emersione di rapporti di lavoro irregolari dall’altro, si tratta di uno strumento quantomeno “spuntato”, “perché si applica solo a tre settori”;  agricoltura, allevamento e zootecnia, assistenza alle persone non autosufficienti (badanti) e lavoro domestico (colf). “In questo modo tagliamo fuori molte possibilità di emersione di lavoro nero e senza un ragionevole motivo”. Per esempio, nel turismo, nella logistica, nell’edilizia. Se a questo aggiungiamo che uno dei tre settori individuati, in provincia, è quasi fermo (proprio a causa delle gelate di marzo), la regolarizzazione sembra quasi una beffa.

“C’è poi la questione dei richiedenti asilo che oggi non sono nominati nel provvedimento. Possono fare domanda? Riteniamo di sì, ma stiamo aspettando una conferma dal ministero. Si tratta di persone che sono in attesa di una decisione della Commissione o che hanno ricevuto un diniego e hanno fatto ricorso. Poter partecipare alla regolarizzazione sarebbe un vantaggio per tutti”. La seconda procedura, aggiunge Fiorani, quella del permesso temporaneo di 6 mesi per ricerca lavoro nei tre settori riguarda poi solo coloro che hanno un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019: “Quindi, alla lettera della norma, dopo il 31 ottobre e non al 31 ottobre. Si tratta di una finestra di tempo minima. Speriamo che in sede di conversione in legge ci siano modifiche.”.

In generale, la regolarizzazione è in sé un vantaggio sia per i singoli che per la collettività, ragiona la sindacalista: “E non solo oggi che siamo in una situazione di emergenza sanitaria. Il nostro sistema dovrebbe incentivare la regolarità dei migranti, promuoverla, per la dignità delle persone. La persona accede a un sistema di diritti e doveri, si inserisce in percorsi di integrazione sociale, nel mercato del lavoro si riducono fenomeni di dumping sociale perché alcune aziende hanno meno opportunità di fare concorrenza sleale giocando sul lavoro irregolare”.

Il problema è strutturale: di fatto, gli stranieri non hanno un canale ordinario per entrare regolarmente nel nostro Paese a lavorare. “Occorrerebbe modificare la normativa: il testo unico sull’immigrazione – ragiona Fiorani –. L’immigrazione produce irregolarità, semplicemente perché, ad oggi, non c’è un modo legale per entrare nel nostro Paese, anche se in possesso di un’offerta di lavoro, se non un decreto flussi stagionale (turismo e agricoltura) annuale e solo per alcuni Paesi con cui l’Italia ha accordi. Ormai dal ’98. E’ per questo motivo che poi ciclicamente si fanno provvedimenti di sanatorie e regolarizzazioni. Si può certamente discutere di quante persone possano fare ingresso, con che requisiti e come, ma un canale legale di ingresso ordinario è necessario”.

La normativa. Come si diceva, il nuovo decreto prevede la possibilità per un datore di lavoro di regolarizzare un dipendente straniero nel settore dell’assistenza alla persona e del lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare (colf). In questo caso, il reddito dimostrabile per una famiglia nella quale c’è un solo percettore è di 20mila euro mentre nel caso ce ne sia più d’uno è di 27.000 (famiglia anagrafica convivente oppure coniuge e parenti entro il 2° grado anche non conviventi). Se il datore di lavoro è affetto da patologie o disabilità che ne limitano l’autosufficienza e assume per l’assistenza per sé un solo lavoratore, non c’è verifica del requisito reddituale.