Foto di repertorio
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 37-42)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Il commento al Vangelo di Goriziano e Patrizia Facibeni

A una lettura superficiale sembra che Gesù ci chieda di non amare più i nostri cari, o quanto meno di essere pronti ad abbandonarli, se questo legame ci ostacola nel seguirlo; sembra quasi che queste parole vogliano addirittura annullare il quarto comandamento. Eppure Gesù ha sempre dichiarato che la scrittura non può essere annullata, e che Lui non è venuto per abolire la legge o i profeti, ma per dare loro compimento. Allora il significato di queste frasi deve essere un altro, da ricercare nel profondo.


Forse Gesù vuole dirci che c’è un altro modo per amare i nostri cari, molto più vero: rinunciare ad amarli in modo tanto possessivo ed esclusivo (e quindi egoistico) da rischiare di idolatrarli senza più considerare nessun altro, e seguire invece Gesù che rinnova tutte le nostre relazioni e ricrea tutti i rapporti, anche quelli con i nostri cari, orientandoli al dono di sé e all’accoglienza dell’altro. Instaurando un rapporto prioritario con Gesù, tutte le nostre relazioni vengono arricchite e completate.

Lo stesso Gesù ci assicura, pochi capitoli più avanti, che “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”. Quindi si lasciano i rapporti secondo il mondo, fatti di egoismo, opportunismo e litigiosità, per ricevere dal Signore la capacità di vivere relazioni nuove, più ricche, fatte di dono e di accoglienza.


Inizieremo così a vivere, già in questo mondo, la vita eterna. E allora veramente chi accoglierà noi accoglierà il Cristo e Colui che lo ha mandato, perché saremo più trasparenti nel mostrare Gesù con la nostra vita. Non preoccupiamoci di trovare la nostra vita cercando “un posto al sole” che ci riempia di sicurezza, di successo, di potere; chi è pieno di queste cose non ha più spazio per accogliere il Signore e perde la vita vera. Impariamo piuttosto a cercare gli umili, i piccoli, i poveri: attraverso loro il Signore compie continuamente il miracolo di rendere fecondo il nostro cuore, facendoci riaprire alla vita vera.

Perché è nei poveri, negli affamati, nei disperati che il Signore si presenta a bussare alla porta del nostro cuore chiedendo che Lo riconosciamo e gli offriamo almeno un bicchiere d’acqua fresca; ed Egli ci ricompenserà donandoci un cuore davvero capace di amare. Dio non si stanca di bussare: insiste con pazienza e dolcezza per sgretolare il muro che forse abbiamo eretto attorno al nostro cuore per proteggerlo da queste situazioni imbarazzanti, che ci creano inquietudine, che non ci permettono di godere in santa pace pensando solo a noi stessi e ai nostri cari, mentre diciamo: “Sono forse io il custode di mio fratello?”.

Forse in questo tempo Dio ci sta mettendo alla prova, e ci visita nelle vesti di fratelli sofferenti che in questa epidemia hanno perso il lavoro o persone care o si sono sentiti soli e abbandonati, e bussa alle nostre porte per vedere se anche noi, come gli albergatori di Betlemme, non abbiamo posto per accoglierlo.