don Giovanni Berti

A  fase 2 avanzata, anche le idee per risollevare lo spirito possono mancare. Ed ecco allora venire in nostro aiuto Gioba con le sue esilaranti vignette, che riescono a strappare un sorriso persino in questi giorni difficili. La vera sorpresa, però, sta tutta nella persona che si cela dietro a questo nom de plume. Gioba, infatti, è un sacerdote: don Giovanni Berti – questo il suo vero nome – è parroco a Moniga del Garda.Dalle vignette prodotte nel corso degli anni ha tratto un libro intitolato “Nella vignetta del Signore”, di cui è ora uscito il seguito, “Nella vignetta del Signore 2”. Nel blog www.gioba.it spiega con l’aiuto dei suoi disegni ogni settimana le letture della liturgia domenicale.

Qual è la sua fonte di ispirazione?

Parto dalle pagine del Vangelo della domenica. Le leggo e cerco di riproporne il messaggio nell’oggi. L’obiettivo è realizzare un dialogo tra il Vangelo, la situazione presente e la mia vita.Credo, infatti, che gli insegnamenti del Vangelo c’entrino profondamente – nel senso letterale di “entrare dentro” – con la realtà in cui viviamo e penso che compito del cristiano e mio come sacerdote sia quello di evangelizzare tramite una proposta che non allontani le persone dal mondo, ma che al contrario consenta loro di vivere bene nel mondo.

Pensa che le sue vignette possano parlare anche ai non credenti?

Io scrivo per tutti. Sono convinto che la dimensione umana presente nel cristianesimo possa coinvolgere ognuno di noi. Anche un non credente che appena respiri un po’ della cultura cristiana può leggere le mie vignette e – spero – trovarvi qualcosa che lo stimoli nella riflessione.La distinzione tra credenti e non credenti non può essere immaginata come un interruttore acceso o spento. Tra i due poli c’è un mondo di sfumature. Sono molte le persone che, pur non credendo nell’esistenza di Dio, leggono il Vangelo e vi riconoscono insegnamenti buoni e universalmente validi.

Quali sono i suoi riferimenti nella creazione delle diverse vignette?

I primi fumetti che ho letto sono stati i classici Disney. Un altro fumetto che amo sono i Peanuts, con i famosissimi Snoopy, Charlie Brown, Lucy e tutti gli altri. Nel fumetto di Schulz mi ritrovo soprattutto per la semplicità dei tratti e per certe battute fulminanti.Tra i contemporanei mi piacciono anche Vauro e Ellekappa. Mi colpisce la loro capacità di condensare tutto un pensiero in pochi tratti e poche parole.Anche il cinema è tra i miei riferimenti, perché, proprio come il fumetto, racconta per immagini. Tra le tecniche narrative che apprezzo c’è, per esempio, quella adottata nei film di Don Camillo, in cui assistiamo ai dialoghi divertenti e insieme profondi tra un parroco, molto ben inserito nella contemporanea realtà locale e nazionale, e un crocifisso, che costantemente gli ricorda di tenere lo sguardo fisso al cielo.

C’è dunque uno spazio per l’umorismo nell’esperienza di fede? E quale può essere il suo valore?

Il Vangelo è pieno di espressioni come “rallegrati” o di riferimenti alla gioia e alla danza. Sono tutti atteggiamenti profondi di gioia, che si iscrivono nel cammino cristiano. Bisogna fare attenzione a non confondere l’allegria con la superficialità, ma, fatta questa distinzione, non solo l’allegria è ammessa in ogni percorso di fede, ma anzi è doverosa.Inoltre, l’ironia è una potente arma per “auto-smontarsi”, perché quando una persona, così come la Chiesa nel suo complesso, si prende troppo sul serio, rischia di mettere una barriera fra sé e Dio e peccare di autoreferenzialità.

Un modo di vivere la fede allegro ma non superficiale: come si traduce tutto questo nella sua attività pastorale?

Penso che sia importante partecipare dei sentimenti delle persone, che siano gioie come dolori. Io mi sono sempre sforzato di tenere un atteggiamento sereno e allegro, ben consapevole che spesso un sorriso basta a sciogliere tante durezze.

Non è semplice parlare con umorismo di materia religiosa. Riceve mai critiche?

Certo, del resto vale il detto “scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”. A parlare di religione si corre facilmente il rischio di infastidire qualcuno, ma in cuor mio sento di non aver mai voluto intenzionalmente offendere nessuno.Mi rincuorano gli apprezzamenti che ricevo. Uno in particolare: nel 2016, parlando ad alcuni seminaristi, papa Francesco ha citato un’immagine che lo rappresenta mentre cerca di chiudere la porta santa di San Pietro. Non ci riesce perché di mezzo c’è un piede che glielo impedisce. È il piede di Gesù. Ecco quella è una mia vignetta.

Federica Villa