Simone Valentini

“La consapevolezza di avere Dio accanto a te mette pace. Puoi andare anche dall’altra parte del mondo, ma questa pace ti accompagna”. Ed effettivamente ci è andato dall’altra parte del mondo, Simone Valentini, ravennate, 29 anni appena compiuti che lunedì 29 giugno diventerà diacono della Fraternità Sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo. E ci tornerà in missione, appena diventato diacono: a Taipei, la capitale di Taiwan. In questi anni di cammino e di verifica vocazionale, spiega a Risveglio Duemila, ha toccato con mano la presenza e la vicinanza di Dio nella sua vita, attraverso i fratelli, la realtà quotidiana, le scelte dei superiori e i servizi che gli venivano chiesti.

E questo gli ha permesso di “partire”, dire il suo sì, anche dall’altra parte del mondo. Non è un optional la missione per la Chiesa, spiega. E lui a Taiwan l’ha toccato con mano: “Ti trovi di fronte persone che stanno cercando qualcosa per essere felici e tu sai cos’è. Non andare significa privarli della bellezza della vita in Cristo che è più umana, più bella, più vera”.

Simone, come nasce la sua vocazione?

In parrocchia, a San Rocco: infatti mi emoziona sapere che il 29 giugno ci sarà anche don Ugo Salvatori alla mia ordinazione. All’inizio l’idea nasce appunto nel vedere i sacerdoti di quella parrocchia. Mi sono detto: sarebbe bello essere felici come loro. Era un piccolo seme, che poi ho abbandonato: alle medie sono andato in crisi anche se avevo un bravissimo insegnante di Religione, don Sante Bertarelli, che ci faceva ragionare sulle cose. Però non vedevo il legame tra la fede e la mia vita. Poi, alle superiori, ho incontrato l’esperienza di”Gioventù Studentesca” e, in essa, un luogo che mi ha fatto riscoprire quel legame tra vita e fede e tanti ragazzi che lo seguivano. Questo ha cambiato tutto.

E lì ha deciso…

Non proprio, sono stati anni di battaglia: anche perché avevo una ragazza e ci stavo bene, anche se sentivo che qualcosa mancava. Non ho mai avuto l’idea fissa di diventare sacerdote: il mio è stato più un arrendermi e scoprire pian piano quel che voleva Dio per me. Mi sono iscritto all’università a Chimica e sono entrato nel Clu, l’esperienza di fede per gli universitari di Comunione e Liberazione dove ho incontrato un sacerdote, l’assistente ecclesiastico del gruppo di Bologna con il quale ho iniziato a confrontarmi. Con lui ho capito che volevo spendere la mia vita per costruire la chiesa e questo mi rendeva felice come non mai. Mi sono laureato e sono entrato in Seminario nel 2013.

E lì cos’ha capito?

È iniziato un lavoro su di me, necessario: d’altra parte, per potersi donare occorre appartenersi. In Seminario ho trovato dei veri padri, interessati non ad avere un prete in più ma a fare il mio bene. E quindi è iniziato un percorso di conversione che continua tutt’ora.

Qual è la cosa più importante che ha capito in questo percorso?

Ho percepito la vicinanza di Dio nella mia vita, in tante circostanze concrete, in fatti, in parole di confratelli, in decisioni dei superiori. E la compagnia di Dio mette pace. Puoi andare anche dall’altra parte del mondo, ma rimane…

In effetti lei ci è andato dall’altra parte del mondo…

Sì, tra le esperienze formative che ho fatto, oltre a un periodo di lavoro come operaio in una tipografia, c’è stata la missione in Olanda e anche a Taiwan. Il punto di partenza della missione è l’esperienza di vita che i missionari fanno: andiamo a vivere, insieme, in 2, 3, 4 sacerdoti o seminaristi in una casa ed è proprio da come viviamo, da quel che facciamo che la gente può capire cos’è il Vangelo. La cultura a Taiwan dice che il dovere principale di una persona è prendersi cura dei propri parenti. Non esiste l’idea dell’amore al prossimo, disinteressato. Ma se vedono che invece si può vivere insieme, amando gli altri gratuitamente, e quanta gioia questo dà, allora l’annuncio del Vangelo ha un potenziale totalmente diverso. 

Pare che Taipei le sia rimasta nel cuore…

È così: mi sono molto affezionato alla cultura, alla vita e a tante persone. E tornerò lì in missione. Lì ho capito la grandezza di poter far incontrare Cristo a qualcuno che non l’ha mai incontrato: gli cambi la vita. È il senso della missione. A Taiwan è evidente: ti trovi di fronte persone che stanno cercando qualcosa e non lo trovano. C’è chi dice “ma tanto si salvano lo stesso…”. Può essere, ma intanto li sta i privando della bellezza della vita che con Cristo è più umana, più, vera, più bella…

E l’Olanda?

In Olanda le persone mi hanno dato l’idea di essere riusciti a realizzare la società perfetta, ma infelice. E credo questo abbia a che fare con la secolarizzazione: senza Cristo, manca un senso, un significato, non c’è vita piena. Mi ha fatto molto pensare il dato dei suicidi che tra i giovani e negli studentati è altissimo.

Come si sta preparando al 29 giugno?

Con la preghiera: sto chiedendo al Signore che la mia non sia una scelta temeraria, cioè che sia davvero la sua volontà.  Il 29 saremo in 5 ragazzi a diventare diaconi e altri 5 sacerdoti. E trovo sia una Grazia non da poco. Con il lockdown abbiamo vissuto un anticipo di ritiro, in una situazione quasi monastica. È stata l’occasione di offrire tutto quel che avevamo. Un’occasione importante.