Marco MartineMarco Martinellilli
Marco Martinelli

Marco Martinelli, attore e regista, nel 1983 ha fondato insieme ad Ermanna Montanari la compagnia teatrale il “Teatro delle Albe”, da cui è nata, nel 1991, Ravenna Teatro, che da anni porta avanti con il sostegno del Comune di Ravenna un’originale pratica di “coltura” teatrale della città, intrecciando le programmazioni di Teatro Contemporaneo al Teatro Rasi, la stagione di teatro di tradizione al Teatro Alighieri e i laboratori della non-scuola nei licei e negli istituti tecnici e professionali di Ravenna. Con lui parliamo di teatro, anzi della riapertura delle attività teatrali che avviene, a tappe, in questi giorni (sino al 15 giugno son ancora vietate le rappresentazioni con la presenza di pubblico).

Martinelli, dopo tre mesi di stop riparte anche il teatro. Che ferita ha lasciato nel mondo teatrale, negli attori, ma anche nel pubblico, negli amanti del teatro questo lungo lockdown?

“Credo che abbia lasciato stati d’animo differenti. C’è chi ha teorizzato che questa sarà la nostra condizione per decenni e ha pensato a promuovere molto il teatro on line. C’è invece chi, come noi del Teatro delle Albe, lo ha utilizzato come tempo intimo, di riflessione, scavo interiore, E’ stato un altro modo di lavorare, su se stessi, perché il lavoro dell’attore è questo, lavorare su se stessi, in un percorso di continua ricerca”.

Lunedì 15 giugno si riparte anche con il pubblico a teatro. Quali sono i suoi primi progetti, gli spettacoli che proporrà?

“La sera del 5 luglio saremo alla Rocca Brancaleone con ‘Rumore di acque’ lavoro che debuttò a Ravenna Festival dieci anni fa. A settembre speriamo, ma siamo in attesa di direttive precise, di fare l’annuale dantesco, che da qualche anno ci è stato affidato, con la cerimonia della consegna dell’olio da parte di Firenze e le altre celebrazioni programmate. Nella prossima estate, la sfida più importante: la realizzazione a Ravenna della ‘Commedia di Dante’ non solo con la terza cantica, il Paradiso, ma anche con la ripresa di Inferno e Purgatorio, fatti negli anni scorsi. Un evento che prevede la partecipazione concreta e numerosa dei ravennati, quindi anche per questo occorrerà avere certezze, una normativa che ne consenta la realizzazione”.

Quali le aspettative dal 15 giugno: che cosa può dare il mondo dello spettacolo, il teatro in particolare, per la piena ripartenza del Paese?

“Preciso che per il momento si è solo riaperto il teatro Rasi, nostra sede storica e le prime prove le faremo ai primi di luglio proprio per ‘Rumore di acque. Credo che il teatro debba preparare il tempo della festa, degli abbracci. Il teatro è l’arte dell’assembramento, l’esatto contrario di quello che si è giustamente vissuto in questi tempo. Aggiungo che, in questi mesi, è stato giusto fare teatro on line, utilizzare i mezzi della tecnologia, ma ricordiamoci che il teatro è qualcosa ‘di vivo’, a contatto con la realtà, è anche l’arte del vivente”.

Ed in effetti, il Teatro delle Albe è protagonista di progetti legati alla realtà e alle persone, come quello sulla Divina Commedia, che due anni fa ha visto protagonisti anche centinaia di bambini della baraccopoli di Kibera a Nairobi, in Kenya. Teatro quindi che diventa anche denuncia delle ingiustizie e strumento di solidarietà?

“Non è esattamente così, dipende dalla visione di chi fa teatro. Vi sono teatranti per i quali alcune realtà del quotidiano non hanno alcuna relazione con il teatro. Per me non è così, per me stare a Kibera e lavorare lì ha lo stesso senso di stare al Piccolo Teatro di Milano. Non è una questione di denuncia o di solidarietà: in realtà siamo noi che andando a Kibera e recitando insieme a quei bambini, abbiamo nutrito la nostra teatralità e arricchito la nostra anima”.