Papa Francesco
Papa Francesco

Un appello alle istituzioni “affinché pongano in essere ogni sforzo per proteggere i minori, colmando le lacune economiche e sociali che stanno alla base della dinamica distorta nella quale essi sono purtroppo coinvolti”. A rivolgerlo è stato il Papa, prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana collegati in streaming per l’udienza generale. “Venerdì prossimo, 12 giugno, si celebra la Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, un fenomeno che priva i bambini e le bambine della loro infanzia e che ne mette a repentaglio lo sviluppo integrale”, ha detto Francesco. “Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria, in diversi Paesi molti bambini e ragazzi sono costretti a lavori inadeguati alla loro età, per aiutare le proprie famiglie in condizioni di estrema povertà. In non pochi casi si tratta di forme di schiavitù e di reclusione, con conseguenti sofferenze fisiche e psicologiche”, il riferimento all’oggi: ”Tutti noi siamo responsabili di questo”, ha aggiunto a braccio. “I bambini sono il futuro della famiglia umana: a tutti noi spetta il compito di favorirne la crescita, la salute e la serenità!”.

Papa Francesco ha dedicato l’udienza di oggi trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata, alla figura di Giacobbe, proseguendo il ciclo di catechesi sulla preghiera. “Il libro della Genesi – ha affermato – attraverso le vicende di uomini e donne di epoche lontane, ci racconta storie in cui noi possiamo rispecchiare la nostra vita”. “Nel ciclo dei patriarchi, troviamo anche quella di un uomo che aveva fatto della scaltrezza la sua dote migliore: Giacobbe. Il racconto biblico ci parla del difficile rapporto che Giacobbe aveva con suo fratello Esaù. Fin da piccoli, tra loro c’è rivalità, e non sarà mai superata in seguito.”.

“Anche il nome, Giacobbe, significa qualcosa di chi sa muoversi non direttamente, la scaltrezza nel muoversi”, ha detto a braccio il Papa”. “Giacobbe – diremmo con linguaggio moderno – è un uomo che si è fatto da solo”, la sintesi di Francesco: “Con l’ingegno, la scaltrezza, riesce a conquistare tutto ciò che desidera. Ma gli manca qualcosa. Gli manca il rapporto vivo con le proprie radici”.

La preghiera è “combattimento della fede e vittoria della perseveranza”. Con queste parole, tratte dal Catechismo della Chiesa cattolica, il Papa ha commentato la vicenda di Giacobbe. “Un giorno sente il richiamo di casa, della sua antica patria, doveva ancora viveva Esaù, il fratello con cui sempre era stato in pessimi rapporti”, ha raccontato Francesco: “Giacobbe parte e compie un lungo viaggio con una carovana numerosa di persone e animali, finché arriva all’ultima tappa, al torrente Jabbok. Qui il libro della Genesi ci offre una pagina memorabile. Racconta che il patriarca pensa: che cosa lo attende per l’indomani? Che atteggiamento assumerà suo fratello Esaù, al quale aveva rubato la primogenitura? La mente di Giacobbe è un turbinio di pensieri”.

“Mentre si fa buio, all’improvviso uno sconosciuto lo afferra e comincia a lottare con lui”, ha proseguito il Papa: “Giacobbe lottò per tutta la notte, senza mai lasciare la presa del suo avversario. Alla fine viene vinto, colpito dal suo rivale al nervo sciatico, e da allora sarà zoppo per tutta la vita. Quel misterioso lottatore chiede il nome al patriarca e gli dice: ‘Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele’ perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto! Gli cambia il nome, gli cambia la vita, gli cambia l’atteggiamento. Allora anche Giacobbe chiede all’altro: ‘Svelami il tuo nome’. Quello non glielo rivela, ma in compenso lo benedice. E Giacobbe capisce di aver incontrato Dio ‘faccia a faccia’”.

“Lottare con Dio: una metafora della preghiera” ha spiegato il Papa. “Cambiare il nome è cambiare il modo di vivere, cambiare la personalità”, ha commentato a braccio: “Esce cambiato. Per una volta non è più padrone della situazione, la sua scaltrezza non serve. Dio lo riporta alla sua verità di mortale che trema e che ha paura, perché Giacobbe nella lotta aveva paura. Per una volta Giacobbe non ha altro da presentare a Dio che la sua fragilità e la sua impotenza. Anche i suoi peccati. Ed è questo Giacobbe a ricevere da Dio la benedizione, con la quale entra zoppicando nella terra promessa: vulnerabile, e vulnerato, ma con il cuore nuovo”.

“Una volta – ha raccontato ancora fuori testo il Papa – ho sentito dire da un anziano, un buon uomo, un buon cristiano, peccatore, che aveva tanta fiducia in Dio e diceva: ‘Dio mi aiuterà, non mi lascerà da solo. Entrerò in Paradiso, zoppicando ma entrerò’”. Giacobbe, ha fatto notare Francesco, “prima era uno sicuro di sé, confidava nella propria scaltrezza. Era un uomo impermeabile alla grazia, refrattario alla misericordia. Non conosceva cosa fosse la misericordia, era lui: ‘Qui sono io, comando io’, non aveva bisogno di misericordia. Ma Dio ha salvato ciò che era perduto. Gli ha fatto capire che era limitato, che era un peccatore, che aveva bisogno di misericordia”.

“Tutti quanti noi abbiamo un appuntamento nella notte con Dio. Nella notte della nostra vita, nelle tanti notti. Nei momenti oscuri, di peccato, di disorientamento, lì c’è un appuntamento con Dio, sempre”. Con questa immagine il Papa ha concluso la catechesi. “In quella stessa notte, combattendo contro l’ignoto, prenderemo coscienza di essere solo poveri uomini”. “Mi permetto di dire: poveracci”, ha aggiunto a braccio. “Ma, proprio allora, nel momento in cui mi sento un poveraccio, non dovremo temere”, ha assicurato il Papa: “Perché in quel momento Dio ci darà un nome nuovo, che contiene il senso di tutta la nostra vita, ci cambierà il cuore. E ci darà la benedizione riservata a chi si è lasciato cambiare da Lui”. “Questo è un bell’invito a lasciarci cambiare da Dio”, ha concluso Francesco a braccio: “Lui sa come farlo, perché conosce ognuno di noi. ‘Signore, tu mi conosci’, può dire ognuno di noi: ‘Signore, tu mi conosci, cambiami’”.

“Domani è la Solennità del Corpus Domini, Corpo e Sangue di Cristo. Quest’anno non è possibile celebrare l’Eucaristia con manifestazioni pubbliche, tuttavia possiamo realizzare una ‘vita eucaristica’”. È il saluto conclusivo del Papa ai fedeli di lingua italiana, collegati in streaming per l’udienza generale. “L’ostia consacrata racchiude la persona del Cristo”, ha ricordato Francesco: “Siamo chiamati a cercarla davanti al tabernacolo in chiesa, ma anche in quel tabernacolo che sono gli ultimi, i sofferenti, le persone sole e povere”. “Gesù stesso lo ha detto”, ha aggiunto a braccio. Infine il saluto agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli: “Tutti esorto a trovare nell’Eucaristia le energie necessarie per vivere con fortezza cristiana i momenti difficili”.

(M. N.)