Covid-19: inizia la parte più difficile. “Quando si ha avuto paura si sta più attenti a non farsi ferire. Per questo è giusto e forse automatico mantenere le distanze ancora per un po’. Ma dalla paura, che a volte diventa diffidenza e in qualche caso aggressività, bisogna guarire”. è un parere da medico con lo sguardo ampio, quello di Grazia Pecorelli. Cervese di origine e formazione, l’abbiamo intervistata nel pieno dell’emergenza per il suo lavoro al Pronto Soccorso del Policlinico di Sant’Orsola a Bologna, e torniamo a farlo per ragionare sul bilancio dei mesi di emergenza e sulla fase 2.

Grazia Pecorelli
Grazia Pecorelli

Le notizie sulla curva dei contagi sono positive anche dal suo punto di osservazione: “Non abbiamo ancora visto una risalita e su questo pesano molti fattori: l’attenzione al distanziamento e alle misure anti contagio, l’uso corretto delle mascherine e poi la naturale tendenza del Coronavirus, come tutti i virus di quella famiglia, a perdere un po’ della sua potenza con il caldo”.

Questo significa, di contro, che l’autunno sarà un altro momento delicato per la diffusione del virus: “Il freddo e l’umidità certamente lo favoriscono. A tutt’oggi non sappiamo se gli anticorpi prodotti contro il Sars-Cov2 siano duraturi, pensiamo di no, ma non ne abbiamo la certezza. Temiamo di andare incontro a un nuovo picco, più verosimilmente all’inizio dell’autunno ma almeno abbiamo imparato a identificarlo precocemente e identificato la strategia di trattamento precoce per evitarne le complicanze”.

Insomma le preoccupazioni da parte dei medici in prima linea ci sono, come ci aveva anticipato Pecorelli prima della fase 2, ma sono superabili. “Anche perché non possiamo non vedere il resto – spiega –, a partire dalle tante famiglie in difficoltà”. Sul vaccino la dottoressa non dà molte speranze: “Servono normalmente 2 anni per completare il ciclo di allestimento, sperimentazione e approvazione, spero per la prossima primavera. Ora – prosegue – è essenziale continuare ad usare le mascherine e mantenere il distanziamento fisico, più che sociale.

A questo proposito ho apprezzato molto la risposta della Chiesa: con le sue scelte ha dimostrato e testimoniato, con coraggio, come il bene dell’uomo venga prima della liturgia, senza per questo farla mancare. Papa Francesco anche con questa esperienza ci sta educando a un modo nuovo e più vero di essere cristiani”. Ma le chiese e, in particolare, il momento della Messa sono situazioni così pericolose dal punto di vista del contagio? “Resta il problema della distanza, ci sono parrocchie piccole e celebrazioni molto frequentate, e del dover evitare i contatti il più possibile: non dimentichiamo che il virus si trasmette anche per contatto con superfici contaminate”.

Cosa ha capito, infine, da donna e da medico, dopo aver vissuto questa emergenza? “La medicina negli ultimi anni ha posto l’accento sull’umanizzazione delle cure, pensiamo anche solo al campo oncologico, ecco con il Covid 19 questo processo è stato accelerato. Come ho già avuto modo di dire, la malattia ha messo al centro il rapporto umano tra il paziente, incredibilmente fragile e totalmente dipendente e il medico, aspetto che non è del tutto centrale nel nostro lavoro, fatto anche di formazione e ricerca. Abbiamo portato il peso della consapevolezza di non sapere abbastanza, sentito il bisogno di approfondire e sperimentare e vissuto la difficoltà di applicare dal mattino alla sera protocolli e procedure nuove. È stato difficile ma anche sfidante, è stato un tempo in cui, in un certo senso, tutti noi ci siamo sentiti chiamati”