don Andrea Turchini

Don Andrea Turchini, 54 anni, finora parroco di Sant’Arcangelo, è stato chiamato al delicato e importante ruolo di Rettore del Seminario Regionale; la notizia è arrivata la scorsa settimana.
Ma ha ancora senso parlare di Seminario oggi e cosa si intende davvero? In questa ampia intervista racconta come ha vissuto la sua nomina e il suo pensiero.

Seminario come scuola di comunione, di radicalità evangelica, laboratorio di nuova evangelizzazione… Come si coniugano queste prospettive indicate dal Concilio e da Papa Francesco, con una impostazione di vita che di fatto si richiama a valori di tipo monacale, come pietà, studio e disciplina ecclesiale?
Come tutte le realtà della Chiesa, anche il Seminario è chiamato a ripensare il suo vivere ecclesiale nella prospettiva di quella riforma che Papa Francesco ha richiamato fin dall’inizio del suo pontificato. Il Seminario è un percorso di formazione iniziale, che deve aiutare la persona ad acquisire i fondamentali della vita evangelica, che è essenzialmente comunitaria e missionaria. Nel passato si pensava che la realtà ‘del mondo’ fosse una distrazione per coloro che si dovevano preparare a vivere il ministero. A partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo compreso che ‘il mondo’ non è solamente il destinatario dell’annuncio evangelico, ma anche il luogo in cui si manifesta la presenza del Signore, una presenza che va riconosciuta attraverso un ascolto attento della realtà. L’arte più importante a cui formare oggi è quella del discernimento, che richiede grande conoscenza del ‘modo di agire di Dio’ e grande conoscenza della realtà del mondo. La sfida è, e rimane sempre anche dopo il Seminario, quella di costruire un dialogo fecondo tra questi due poli. Viviamo in un mondo dove essere preti significa dover affrontare molte difficoltà. Certamente occorre una formazione più intensa, approfondita, che tocchi non solo il livello della spiritualità e dello studio, ma anche quello umano, culturale, sociale e psicologico.

Come far crescere una struttura umana capace di vivere il ministero senza esserne schiacciata? La struttura umana di una persona chiamata al ministero deve essere senz’altro solida e consistente, ma non incoraggerei il “mito” dell’uomo perfetto che spesso le persone pretendono dal prete. Nei documenti che trattano della formazione si usa un termine che mi piace molto per definire l’obiettivo della formazione umana: la “docibilità”; la capacità di lasciarsi formare dalle situazioni che la vita offre. Ho sempre pensato che la formazione venga soprattutto dalla vita e dalla capacità di lasciarsi provocare (in modo evangelico) da quello che accade, riconoscendo gli appelli che il Signore ci rivolge.

Con la crisi di vocazioni di questi tempi, a volte si rimprovera alla Chiesa di avere maglie larghe nel discernimento delle qualità umane e psicologiche dei candidati al sacerdozio. Che ruolo gioca il Seminario?
Il Seminario è la realtà ecclesiale deputata al discernimento e alla formazione dei futuri preti: dunque gioca un ruolo decisivo. È possibile che qualche volta si sia adottato un atteggiamento possibilista, perché la visione della persona che si ha dal Seminario, riguarda sia le potenzialità sia le fragilità della persona. Sono convinto che occorra compiere una verifica attenta ed esigente, e non ammettere al ministero una persona inconsistente.  Dobbiamo però riconoscere che molte persone giudicate idonee si sono trovate a vivere il ministero in condizioni veramente difficili, e hanno manifestato fragilità che nel tempo della formazione in Seminario non erano emerse. Se da una parte il Seminario non deve assolutamente fare sconti, ci dobbiamo anche chiedere come aiutiamo i nostri preti a vivere bene il loro essere preti una volta inseriti nella realtà pastorale: questa è una domanda che interpella le comunità diocesane e parrocchiali. Se il Seminario si deve occupare con attenzione della formazione umana e verificarla, la realtà ecclesiale a cui il prete viene inviato, deve preoccuparsi che viva il suo ministero in modo umano: è un elemento emerso diffusamente dal confronto avvenuto tra preti in questi tempi.

Si parla di Seminario Regionale, ma riguarda di fatto solo la zona Flaminia che comprende la Romagna e Bologna. È possibile una collaborazione fattiva anche con le altre diocesi emiliane? Molti dei nostri vescovi auspicano che la collaborazione con tutti i seminari della Regione si allarghi, come è avvenuto da un anno con Ferrara. Ci sono alcune comprensibili resistenze nel pensare ad un progetto comune di tutte le diocesi della Regione. I segnali sono incoraggianti; forse sarà una scelta inevitabile: ovviamente sarebbe preferibile che avvenisse in un’ottica di comunione, piuttosto che per necessità.

Come ha accolto la proposta di questo servizio? Se l’aspettava?
La proposta mi è giunta tramite persone di altre diocesi, che mi hanno chiesto di dare la disponibilità per questo servizio. Non me l’aspettavo: è stata una doccia fredda! Ero in parrocchia da quattro anni e per me era abbastanza chiaro che vi sarei rimasto per un tempo lungo. Mi sono confrontato con il Vescovo, al quale ho affidato il discernimento su questa chiamata; devo dire che è stato un accompagnatore prezioso in questo percorso che ha coinciso con il tempo della mia malattia. Alla fine abbiamo dovuto riconoscere che questa chiamata interpellava la nostra Diocesi e che veniva chiesto a me di rispondere: mi sono arreso! Ora sono più sereno; ringrazio molto il Vescovo per il servizio che ha compiuto nei miei confronti.

Giovanni Tonelli