Foto di reportorio
Foto di reportorio

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione. La legge deve assicurare alle scuole paritarie piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. A patto però che se lo paghino.

Scova l’intruso: fra queste affermazioni, quale non è della Costituzione? L’ultima, evidentemente. A meno di interpretare maldestramente il comma “senza oneri per lo Stato”, noncuranti degli atti dell’Assemblea Costituente e del dibattito successivo. Una voce fra le altre, quella del costituzionalista Stefano Ceccanti, che in un articolo del 23 maggio scorso scriveva: “Si può discutere dei modi migliori del come finanziare le paritarie, ma la questione del se sia legittimo farlo non è in discussione sulla base della Costituzione”.

Mettiamola in termini che possano superare le eventuali obiezioni. Per lo Stato sostenere materialmente le scuole paritarie, ovvero le famiglie e gli alunni che le frequentano, non è un obbligo, ma una possibilità. Una doverosa e vantaggiosa possibilità. La possibilità di investire su tutti i bambini e i giovani che si stanno formando nel nostro Paese, senza discriminazioni. La possibilità di riconoscere alle famiglie una reale libertà di scelta della scuola, un ruolo cardine in quel pilastro dello sviluppo che è l’educazione. La possibilità di accrescere in Italia il tasso di pluralismo, di uguaglianza, di sussidiarietà.

Ciò potrebbe servire anche a risistemare la spesa statale per l’istruzione, ma la sfida che la scuola italiana ha davanti non è principalmente economica, bensì di visione complessiva. Chiama in causa l’idea di futuro e di società a cui dare fiducia, i criteri della crescita e dell’innovazione tanto agognate, il riconoscimento che ogni scuola è un bene comune, così come ogni relazione educativa che orienti a vivere per e con gli altri.

Vista così, non reggono molti pregiudizi ancora diffusi, compreso il tentativo di chi vorrebbe contrapporre tra loro scuole che chiedono invece di frequentarsi di più e magari di collaborare, attirando tutti in un’ottica di un’alleanza per l’educazione delle giovani generazioni.

È la prospettiva che sottende i patti educativi di comunità di cui parlava di recente l’economista ferrarese Patrizio Bianchi, coordinatore della task force ministeriale per la ripresa autunnale delle lezioni. L’esempio – riconosceva – viene da quanto sperimentato all’indomani del terremoto in Emilia, “quando venivano giù i muri della scuola ma abbiamo fatto scuola lo stesso. Come? Invocando la partecipazione di tutti, istituzioni, mondo del volontariato e del Terzo settore, comunità”. Certo, mettendoli nelle condizioni necessarie. I ragazzi, sono ancora parole sue, “hanno bisogno di ritrovare una comunità che si stringa attorno alla propria scuola per ricostruirla non nei muri, ma nella sostanza”.

Anche questa è una possibilità. Il tempo che si apre è ricco di opportunità. La politica, come l’educazione, è l’arte di saperle cogliere.

Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Conferenza episcopale italiana (Cei)