Una grande mostra su Dante con capolavori dagli Uffizi dai nostri vicini di casa di Forlì (al San Domenico) invece che a Ravenna? Poco male, secondo Roberto Balzani, presidente dell’Ibc (Istituto per i beni artistici e culturali dell’Emilia-Romagna), già sindaco di Forlì e professore di Storia contemporanea a Beni culturali a Ravenna. Anzitutto perchè Ravenna non ha spazi adeguati per ospitare mostre di quel genere ma non solo. “Occorre dire che c’è un ciclo di vita nell’organizzazione di questi eventi. L’idea delle grandi mostre nasce alla fine degli anni ’90. A organizzarle sono società che hanno bisogno di contenitori adatti e grandi risorse. Hanno avuto un successo, collegato anche al rilancio del turismo, ma ora bisogna fare i conti anche con quello che sarà la cultura dopo il Covid-19”.

Potrebbero quindi non essere più un modello “vincente”…
Non lo so. Il modello era quello di portare capolavori assoluti ‘a casa della gente’: un’organizzazione costosa e a volte un po’ debole nella progettazione. Registro però che il direttore di Brera, James M. Bradburne, dice che è un modello superato e che loro punteranno a creare un rapporto con la comunità, con abbonamenti e piccoli percorsi guidati tematici. Un modo per confermare il senso d’appartenenza alle opere d’arte che si conservano. In questo senso, come Ibc, stiamo promuovendo una serie di operazioni culturali di valorizzazione dei manoscritti del primo Dante nelle biblioteche.

Ad ogni modo, diceva, per organizzare mostre di quel genere servono un contenitore adatto e molte dotazioni finanziarie. Ravenna è fuori gioco?
Il Mar è un bellissimo museo ma ha la sua età. Per ospitare grandi mostre servirebbe un grande progetto di ristrutturazione e riprogettazione degli spazi, oltre a un impianto di condizionamento adeguato. Si può fare di tutto anche sui vecchi edifici ma servono importanti investimenti.  E non è che Ravenna non li faccia, ma ha scelto altre cose, dal Ravenna Festival a Classis al teatro. Si tratta di scelte strategiche. Certo che se Ravenna avesse anche un contenitore adeguato per grandi mostre, avrebbe fatto bingo. Comunque per organizzare mostre come quelle del San Domenico servono almeno 2 milioni di euro l’anno. Ravenna ne ha ricevuti un milione e mezzo dalla Regione per il centenario, non pochi: ma ha deciso di investirli su altro.

Perchè è così complicato progettare iniziative per il centenario di Dante?
Di Dante vive la parola. Anche nell’immaginare una mostra è con la parola che ci si dovrebbe confrontare e con la sua potenza che non è esplicita. La parola dantesca è capace di immaginazione, ha una potenza innata ma nel mondo contemporaneo sconta il fatto che ci sono forme di espressioni alle quali siamo più abituati, come l’immagine. Ecco perché le letture funzionano sempre bene e anche il teatro. Poi serve una chiave per raccontare Dante nel 21esimo secolo. Nel 1921 Dante è stato celebrato come poeta della nazione, nel ’65 si è riscoperto il Dante pedagogico, come padre della lingua. E nel 2021? Certo, il filone è quello del Dante internazionale, che parla all’umanità, ma non basta evocarlo, bisogna riempire questa suggestione di contenuti. Una sfida aperta.

Oggi ha senso aprire nuovi musei? Quali potrebbero ospitare grandi mostre?
A Bologna c’è il Mambo, a Ferrara Palazzo dei Diamanti ma anche quello è datato e a Faenza c’è il Mic ma è un contenitore tematico. E poi, certamente, CastelSismondo a Rimini: solo per citare i più vicini a voi. Sui nuovi musei, i numeri parlano chiaro: nel ’700 in regione erano 17, alla fine dell’800 47 e oggi sa quanti sono? 570: non stanno in piedi tutti. Quindi no, non ha senso realizzarne di nuovi, ma ripensare al proprio patrimonio riconfigurando l’offerta museale questo sì che avrebbe senso. Classis è un grande museo pensato in un’altra epoca. Per farlo funzionare serve una regia cittadina: la città deve chiedersi cosa vuole fare della sua offerta culturale.