È oramai diverse settimane che i pediatri esprimono la loro preoccupazione per i rischi che i bambini stanno affrontando nel confinamento preventivo. Ora la letteratura internazionale è concorde nel definire ampi e diffusi i “danni collaterali” derivanti dal distanziamento sociale. E infatti, in analogia al linguaggio bellico a cui siamo oramai abituati dai media, nella guerra contro il Coronavirus i bambini sono messi a rischio per ridurre la diffusione di una malattia che causa principalmente danno, non a loro ma agli adulti. I soggetti più vulnerabili nell’area pediatrica sono quelli che hanno malattie croniche e quelli che hanno meno risorse famigliari, cioè i più poveri. Sono diminuite i supporti strettamente medici di cura ai cronici, i colloqui assistenziali per la salute mentale dell’adolescente, scomparso il sostegno scolastico e i pasti gratuiti a fronte dell’aumento di bambini in povertà assoluta, senza alimentazione adeguata né casa (più di un milione e 260.000).

Certo le associazioni di volontariato stanno facendo la loro parte in modo encomiabile, ma il bisogno alimentare è solo una piccola parte del disagio. Assistiamo sia a una riduzione della qualità degli apporti alimentari che a un aumento dell’obesità per scarso esercizio fisico. La caduta drammatica delle consulenze in emergenza può essere stata causa di ritardi nella diagnosi di gravi malattie come ritardi sono avvenuti nell’attuazione delle coperture vaccinali. A tutt’oggi sono 1,5 miliardi i bambini e ragazzi in tutto il mondo che hanno sospeso la frequenza scolastica, provvedimento questo che si presume abbia avuto un ruolo importante nel limitare la diffusione del virus anche se mancano forti evidenze in questo senso.

L’efficacia di un insegnamento online così protratto è al momento sconosciuto, ma soprattutto non è stato attuabile per chi non ha internet o capacità informatica. “Save the children” stima in 6 bambini su 10 il disagio da rischio di violenza, subita o assistita, dovuto alla forzata e protratta convivenza in domicilio, al continuo senso di allarme generato dai media ed ai problemi economici dei genitori. E nei bambini più piccoli cosa sta avvenendo? Già dalla fine del primo anno di vita il bambino attribuisce senso e significato al mondo fisico e sociale in cui si trova attraverso la sua parte curiosa e creativa che Eric Berne chiamava “piccolo professore”. È un pensiero intuitivo che, attraverso esperienze, costruisce il sé e risente dei messaggi esplicitamente o implicitamente trasmessi dalle persone più significative, soprattutto i genitori.

Augusto Biasini, ex primario di Pediatria del Bufalini di Cesena

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