La manifestazione di mercoledì sera in piazza del Popolo

Due piazze, ieri sera a Ravenna. Si sono confrontate “a distanza” sul ddl Zan sull’omotransfobia che approderà in Parlamento il prossimo 27 luglio. Due piazze, un numero simile di persone. Oltre un centinaio quelle in piazza del Popolo contro il disegno di legge con l’iniziativa “Restiamo liberi” e un numero simile in piazza Gandhi a favore del ddl, convocate da Arcigay e associazioni femministe e transfemministe. Ma, occorre dirlo, stili ben diversi e con obiettivi altrettanto diversi.

Se in piazza del Popolo l’obiettivo era manifestare silenziosamente, senza clamori, la propria contrarietà al disegno di legge del quale si contesta la portata “liberticida” e la creazione di una fattispecie di reato nuova nel codice penale, in piazza Gandhi, oltre a cartelli con chiare bestemmie e provocazioni, l’obiettivo più che supportare il ddl, sembrava quello manifestare contro l’altra piazza. In effetti quest’ultimo raduno è stata convocato alla stessa ora proprio in contrapposizione a quello “Restiamo liberi”. Come se non fosse consentito o possibile avere dubbi sul ddl Zan, pena l’essere bollati come omofobi. Guarda caso, proprio quello che si contesta come rischio in caso di approvazione del disegno di legge sull’omotransfobia.

Molti, ma non tutti (c’erano rappresentanti di altre confessioni religiose) quelli che manifestavano in piazza del Popolo sono cattolici. Nel comunicato che ha fatto in merito alla questione, la Cei lo ha detto chiaro, alcune settimane fa: “Siamo contro ogni forma di discriminazione”, compresa quella in base all’orientamento sessuale. Ma è possibile non volere discriminazioni contro le persone omosessuali e, contemporaneamente, essere contrari al ddl Zan? O è una sorta di Vangelo laico rispetto al quale tutti dobbiamo essere, solo ed esclusivamente, entusiasti?

Sempre in piazza Gandhi, è stato espresso il disagio di chi è stato oggetto di storie di discriminazione per il proprio orientamento sessuale: cosa più che legittima.

Sulla scia di quanto fatto in questi giorni in tante piazze italiane da numerosi associazioni e movimenti cattolici riuniti dallo slogan “Restiamoliberi”, in piazza del Popolo si è manifestato contro un provvedimento che va a introdurre un nuovo reato nell’ordinamento penale, quello di omotransfobia, che, non essendo definito dal legislatore, “lascia ampi margini all’interpretazione e alle derive liberticide”, si legge nel sito ufficiale della campagna di mobilitazione. A rischio, secondo i promotori dell’iniziativa, ci sono le idee di “coloro che promuovono il diritto naturale di ogni bambino ad avere un padre e una madre”, che non accettano, ad esempio, l’idea della gestazione per altri e desiderano avere libertà nell’educazione sessuale dei propri figli, mantenendo fuori dalle scuole la propaganda Lgbt.

Il disegno di legge prevede un allargamento della cosiddetta legge Mancino (n. 205 del 1993) con l’obiettivo “di estendere le sanzioni già individuate per i reati qualificati dalla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi anche alle fattispecie connesse all’omofobia e alla transfobia”, ma punta anche a modificare gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. In sostanza, si prevede di punire, anche con la reclusione, atti discriminatori o di istigazione alla discriminazione motivati da omofobia o transfobia. E il concetto di “istigazione” può includere molte cose: per i promotori della manifestazione di mercoledì sera anche la manifestazione di un’idea di famiglia tradizionale.

Come afferma papa Francesco nell’esortazione apostolica “Amoris laetitia” (n. 250), “nessun persona dev’essere discriminata sulla base al proprio orientamento sessuale”. Ma, come spiegano i vescovi c’è il rischio concreto che queste proposte si traducano in confusione normativa e possibilità di nuove discriminazioni. Il cosiddetto ddl Zan apre profonde riflessioni sulla complessa questione legata ai contenuti di espressioni come “identità di genere” e “orientamento sessuale”. Quando si parla di discriminazioni per motivi di razza, provenienza geografica, etnia, religione siamo di fronte a concetti largamente condivisi, che non offrono la possibilità di equivocare. Sull’orientamento sessuale e, soprattutto sull’identità di genere ci troviamo a confrontarci con concetti tutt’altro che definiti. Ecco perché un vastissimo fronte sociale si schiera contro un ddl ritenuto inutile e pericoloso. La Cei ritiene che sull’argomento non ci siano un vuoto normativo e nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.