“L’Italia è uno dei Paesi più precocemente e intensamente coinvolti dalla pandemia, i contagi registrati sono stati quasi 240mila e hanno causato poco meno di 35mila decessi. L’impatto dell’epidemia sulla mortalità è stato significativo nel periodo di marzo e aprile”. Questo in sintesi l’impatto del Covid-19 sulla sanità e la salute in Italia, secondo il Rapporto annuale Istat 2020, presentato a Roma, a Montecitorio.

“L’epidemia ha colpito maggiormente le persone più vulnerabili, acuendo al contempo le significative disuguaglianze che affliggono il nostro Paese, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid-19 – precisa il Rapporto -. Sono infatti le persone con titolo di studio più basso a sperimentare livelli di mortalità più elevati”.

In realtà, “l’emergenza sanitaria interviene a valle di un lungo periodo in cui il Servizio sanitario nazionale è stato interessato da un forte ridimensionamento delle risorse, nonostante ciò, è riuscito a reggere, pur con difficoltà, l’impatto dell’emergenza sanitaria”. Negli ospedali “si è riscontrata la diminuzione dei ricoveri per malattie ischemiche di cuore e per malattie cerebrovascolari”. Ma nello stesso tempo, “il sistema ha mantenuto inalterata la capacità di trattamento tempestivo e appropriato di queste patologie una volta ospedalizzate”.

“L’Italia è un Paese a permanente bassa fecondità. Il numero medio di figli per donna per generazione continua a decrescere dai primi decenni del secolo scorso”. Si va “dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni ’20” fino a raggiungere “il livello stimato di 1,43 per la coorte del 1978”. Questa la parabola discendente della fecondità in Italia, come registra il Rapporto annuale Istat 2020. “Il persistente calo della natalità si ripercuote soprattutto sui primi figli che si riducono a 204.883 nel 2018, 79mila in meno rispetto a dieci anni prima”, precisa l’Istat. Il calo dei nati è in larga parte dovuto agli effetti “strutturali” indotti dalla significativa modificazione della popolazione femminile in età feconda. L’effetto strutturale incide “per il 67% sulla differenza di nascite osservata nel periodo”. La restante quota dipende invece “dalla diminuzione della fecondità da 1,45 figli per donna a 1,29”.

Secondo il Rapporto, “la rapida caduta della natalità potrebbe subire un’ulteriore accelerazione nel periodo post-Covid. Recenti simulazioni, che tengono conto del clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto, mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro; un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021”.

Non solo: “La prospettiva peggiora ulteriormente se agli effetti indotti dai fattori di incertezza e paura si aggiungono quelli derivanti dallo shock sull’occupazione. I nati scenderebbero a circa 426mila nel bilancio finale del corrente anno, per poi ridursi a 396mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021”.

Ma “il numero di figli effettivo che le persone riescono ad avere non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel nostro Paese. Sono solo 500mila gli individui tra i 18 e i 49 anni che affermano di non avere la maternità/paternità nel proprio progetto di vita”.A fronte di una fecondità reale in costante calo dal 2010 che riporta l’Italia agli stessi livelli di 15 anni fa, “resta fermo a due il numero di figli desiderato, evidenziando uno scarto tra quanto si desidera e quanto si riesce a realizzare”. Il modello di fecondità ideale è “omogeneo” a livello territoriale. “Ben il 46,0% delle persone desidera avere due figli, il 21,9% tre o più. Solo il 5,5% ne desidera uno mentre un quarto è indeciso sul numero”.Il desiderio di avere figli è elevato anche “dopo i 40 anni. Sono 830mila gli over40 che non hanno figli ma intendono averne (pari al 12,1% tra i 40 e i 44 anni e al 4,2% nella classe di età successiva)”.

Nel 2017, “78.366 coppie si sono sottoposte alla procreazione medicalmente assistita che ha dato luogo a 18.871 gravidanze”. Tra il 2010 e il 2017 il numero di coppie che hanno fatto ricorso alla Pma è aumentato del 12%, il numero di gravidanze ottenute del 24% e il numero di nati vivi del 12%.

Il sistema Italia soffre di alcune criticità strutturali legate all’ambiente, all’istruzione e alla permanente bassa fecondità: problemi annosi ma urgenti, sui quali il dibattito riguardante specifici aspetti della crisi ha riportato l’attenzione”, sottolinea ancora il Rapporto annuale Istat 2020. Soprattutto, “si tratta di questioni che meritano azioni e investimenti – sia pubblici sia privati – che a loro volta possono costituire una leva essenziale per la ripartenza”.

I dati ambientali sul consumo di materia e le emissioni rivelano “performance relativamente positive per il nostro Paese, ma dovute prevalentemente all’andamento sfavorevole dell’attività economica e insufficienti rispetto agli obiettivi europei finalizzati al contrasto dei cambiamenti climatici”. La popolazione, poi, “è molto sensibile alle tematiche ambientali ma i comportamenti non sono altrettanto coerenti”.
L’Italia ha affrontato lo shock da pandemia partendo da “una situazione di consistente svantaggio in termini di digital divide e anche rispetto ai livelli di istruzione e di investimento in conoscenza”. Dal lato delle imprese, i dati evidenziano i vantaggi dell’istruzione in termini di performance e prospettive occupazionali.

Fonte: Agensir