Beatrice Fazi

Moglie felice, mamma di quattro figli, attrice di successo. Ma nel passato di Beatrice Fazi c’è anche una profonda ferita che di tanto in tanto riprende a sanguinare. A vent’anni, ragazza di provincia sola in una grande città, Beatrice ha vissuto il dramma dell’aborto che l’ha profondamente segnata. Lo racconta con semplicità al Sir esprimendo preoccupazione per le nuove linee di indirizzo sulla pillola Ru486 che, dice, “rischiano di lasciare la donna ancora più sola e di ridurre l’aborto ad un contraccettivo tardivo o solo ad un affare privato mentre si tratta di un grave problema sociale”.

Beatrice, come ti sei trovata in questa situazione e che cosa ha significato per te questa esperienza?
Cresciuta a Salerno con due fratelli maschi, con una forte vocazione artistica e il desiderio di conquistare il mondo, la separazione dei miei genitori dopo 21 anni di matrimonio per me è stata un trauma perché ho sentito venire meno il loro sguardo d’amore su di me. Così ho iniziato a sentire il bisogno di essere “riconosciuta” da altri. A diciotto anni sono arrivata a Roma piena di speranze. Ho cominciato a frequentare un collettivo universitario ribellandomi a ogni regola, nel tentativo di diventare una donna emancipata. Volevo una vita eccezionale, cercavo la mia autorealizzazione, ma nel modo e negli ambienti sbagliati, senza rendermi conto che così diventavo sempre più schiava  di un certo modello di vita svalutandomi e mortificandomi sempre più.

Poi l’incontro con quello che credevi fosse l’amore.
Per sentirmi accettata e amata, a vent’anni mi sono trovata tra le braccia di un uomo di quaranta che mi aveva affascinato per la sua cultura. In qualche modo cercavo un rapporto con mio padre. Ma lui era solo un cocainomane con il desiderio di divertirsi con una ragazzina che si atteggiava a donna vissuta, in realtà del tutto priva di esperienza.

Che cosa hai provato quando ti sei accorta di essere incinta?
La prima emozione, il primo sussulto del cuore è stato di gioia, incredulità, stupore perché la legge della maternità è inscritta nel cuore di ogni donna, ma ho dovuto sopprimerlo. E’ subentrata l’ansia, la paura perché mi sono sentita rifiutata, me e il bambino. Quando l’ho avvertito mi ha detto: “C…o! E mo’ che fai?”. Accompagnata da una mia compagna d’università al consultorio per il colloquio dissuasivo previsto dalla legge 194, la psicologa, fumando e chiacchierando con una collega mi ha chiesto: “Vuoi abortire? Sei sicura?”. Questo è stato il mio colloquio dissuasivo! Ero terrorizzata, mi sembrava di non avere altre alternative, anzi non mi sono state offerti vie alternative né aiuti di alcun tipo. E per orgoglio e vergogna non potevo dirlo ai miei genitori. Così ho abortito ma da quel momento si è aperta in me una profonda ferita, un vuoto, una sorta di buco nero che mi inghiottiva, dilaniata dai sensi di colpa.

Come ne sei uscita?
Non riesco ancora a parlarne senza soffrire. Malgrado io abbia fatto tutto un percorso, abbia ricevuto il perdono del Signore e abbia perdonato me stessa, continuo a farci i conti. Ho quattro figli meravigliosi, un marito che mi ama più della sua vita, ma nonostante ciò riconosco in me una parte oscura che parla di morte, accovacciata alla mia porta e che ogni tanto mi fa sentire questo buio dentro. Dopo le mie gravidanze ho avuto degli aborti spontanei: in 11 mesi ho perso due bambini e l’espulsione delle due creature che avevano appena iniziato a esistere in me è stata un evento traumatico: portavo dentro una vita che si era spenta e di cui ero diventata la tomba. La mia mente e il mio cuore sono tornati all’aborto volontario di tanti anni prima, con la consapevolezza, ora, del valore della vita, e la contrizione per averla allora voluta spegnere. Mi si è riaperta la ferita. Ma le conseguenze dell’aborto le paga anche chi ci sta intorno: ho fatto scontare ai miei figli quel diritto alla vita negato al loro fratellino con l’essere una madre talvolta troppo severa, esigente e perfezionista.

Molte ragazze e donne ti scrivono nelle chat private dei tuoi social. Che cosa ti senti di dire loro?
Nelle loro parole sento tante ferite e tanta sofferenza. Penso di poter fare poco, però tento di offrire il mio piccolo contributo per difendere la vita in un contesto nel quale tutto sembra lavorare per la morte. Come queste nuove linee guida che ti illudono che con due pillole e un bicchiere d’acqua puoi eliminare il problema. Non ti dicono che se lo fai uccidi una parte di te e quella morte te la porti dentro tutta la vita. Mi scrivono tante ragazze giovani, ma anche donne anziane o coppie che si portano dentro dopo anni questo buco nero. A chi vorrebbe abortire vorrei portare la testimonianza di donne che hanno deciso di dare alla luce figli anche frutto di violenza o gravemente malati. Sono testimonianze di gioia per la nascita di un bambino che il mondo giudicherebbe un aborto vivente.

Tu sei credente e dici che a salvarti è stata la misericordia di Dio. Ma cosa dire a chi non ha fede?
Io ho incontrato il Signore e il Suo sguardo d’amore e di perdono. Però vorrei parlare al cuore di tutti, credenti e non credenti: qualunque cosa abbiamo fatto, tutti possiamo ricominciare e imparare a perdonare noi stessi! Alle ragazze e alle donne che provano paura di fronte ad una gravidanza inattesa o non voluta vorrei dire: “Non sentitevi sbagliate; cercate aiuto, anzi pretendete di essere aiutate. Confidatevi con chi può essere in grado di farlo, in famiglia o all’esterno, contattate un Centro di aiuto alla vita. Un figlio è un dono, un regalo magari inaspettato che forse non vorremmo ma poi ci rendiamo conto che è ciò di cui avevamo bisogno per la nostra vita. Lasciatevi prendere per mano e accompagnare”. Vorrei invitarle ad avere fiducia: tutti i progetti sono ricalcolabili e una vita che irrompe non li annulla, anzi li rimodula e arricchisce. Lo testimoniano le donne che contro ogni speranza hanno avuto la forza e il coraggio di far nascere un figlio. E’ importante vedere qualcuno che prima di te ce l’ha fatta.

Giovanna Pasqualin Traversa
Fonte: Sir