Roberto Landi è allenatore Uefa A e ha iniziato ad allenare all'estero nel 1998

Quando per due anni aveva detto sì al Rimini, propiziandone la rinascita dopo il fallimento, sembrava che Roberto Landi, romagnolo doc (nato a Forlì, residente a Ravenna, dove ha anche giocato, e con interessi a Rimini), avesse deciso di mettere in un angolo la valigia. Come non detto…. è bastata una telefonata da Lusaka, capitale dello Zambia, nel 2017 per rimettere in moto il nomade del pallone.
Dopo, è arrivato il Caps United dello Zimbabwe e adesso l’Ashanti Gold del Ghana, formazione che quando ripartirà l’attività, disputerà la Champions League africana, per far riaccendere il cuore di Landi verso un continente che lo ha stregato.

Quello che chiamano mal d’Africa esiste davvero. L’ho sperimentato anche io. Quandi entri lì, poi fai fatica a staccartene. E comunque qualcosa ti resta sempre dentro”. Dopo Georgia e Lituania Under 21, e dopo National Bucarest, gli ungheresi del Sopron, gli scozzesi del Livingstone, i belgi del Saint Gilloise, inframezzati dalla nazionale under 21 del Qatar, è arrivata la scoperta dell’Africa, con la nazionale della Liberia, l’Al-Tersana di Tripoli, gli egiziani dell’El Gouna e poi le altre di cui sopra.

“L’Africa è un continente pieno di contraddizioni, anche sotto il profilo calcistico: c’è talento, c’è forza fisica, molti giocatori da un punto di vista fisico e tecnico sono imbattibili, ci sono anche strutture all’avanguardia e disponibilità economiche. Penso all’Ashanti che alleno ora: ha uno stadio privato da 20mila posti a Obuasi, 168mila abitanti tra Accra e Kumasi nella regione di Ashanti, con foresteria e ristorante per i giocatori più un centro d’allenamento con due campi in erba. Però, nel calcio africano non c’è organizzazione e non c’è adeguata mentalità. Devi lavorare sulle loro capacità di concentrazione ma devi anche conoscere la cultura dei Paesi in cui alleni e il contesto in cui vivono per evitare di stravolgere le loro abitudini. Ho allenato rom, musulmani e quando ero in Qatar ho studiato il Corano. E’ necessario se vuoi mettere insieme all’interno di uno stesso gruppo etnie e religioni diverse”.

Però, allenare in Africa e vivere quel continente rappresenta per Landi una miniera di esperienza e di formazione urmana impagabile. “Per molti il calcio è una forma di redenzione: quando i grandi club giocano in trasferta, si portano dietro 25-30 pullman di tifosi. E non c’è posto dove non giocano a calcio. Poi certo, c’è l’altra faccia della medaglia: un continente ricco di risorse naturali, di minerali, e di miniere (platino, rame), preda delle multinazionali”.

E che l’Africa sia entrata nel cuore di Landi è testimoniato anche da un altro aspetto: “Sono diventato sostenitore e presidente onorario a Lusaka – rivela – di un’accademia, che accoglie bambini da 8 a 14 anni: gli diamo da mangiare, li facciamo studiare e giocare a calcio. E spesso invio loro materiale sportivo”. Sì perchè l’Africa, ormai, è nel cuore dell’allenatore romagnolo. “In Italia rinuncerei a questo tipo di esperienza solo per la A. Qui ho maturato un bagaglio di conoscenze e di situazioni che non scambio con nessuno e con nient’altro”.