E’ arrivato anche a Ravenna, Davide Rondoni, nel suo tour per promuovere e presentare il suo ultimo libro: “Quasi un Paradiso. Viaggio in Romagna, terra del pensiero simpatico”. Il poeta, scrittore e drammaturgo forlivese è stato ospite di una serata svoltasi al Beer Bistrot del Mercato Coperto (in piazza Costa) e condotta da Paolo Gambi con l’accompagnamento musicale di Francesco Picciano. E lì ha raccontato del suo libro, che è al tempo stesso una guida inaspettata ad una delle zone più amate ed iconiche d’Italia, un libro di luoghi (è davvero rappresentata in tutte le sue zone la Romagna) e soprattutto un libro di personaggi, di tipi umani.

Davide, perchè la Romagna è quasi un Paradiso? Cosa le manca per essere un Paradiso?
Ci manca poco. E’ un posto che potrebbe assomigliare al Paradiso perché si sta bene, la gente è simpatica, viene trattata bene. Certo, anche qui qualche problema c’è, ma nel complesso questo è un posto che richiama un po’ l’idea del Paradiso. Perché tanti vogliono venire qua, vengono qua, stanno bene qua? Perché la Romagna, come il Paradiso, è fatta per stare bene, per cercare un compimento della vita. Chi arriva in Romagna ha davvero l’idea di arrivare in qualcosa di simile al Paradiso.

Qual è la caratteristica più evidente della romagnolità?
L’editore ha scelto come sottotitolo del libro ‘viaggio nella terra del pensiero simpatico’, simpatico nel senso del sentire insieme, della capacità di sentire l’altro come parte di te. Credo che la caratteristica più evidente sia la radice dell’ospitalità, cioè il fatto che l’altro è uno che è come te, sente come te, ha gli stessi problemi, ha le stesse rogne, ha gli stessi magoni, e quindi conviene trattarsi bene. E’ giusto trattarsi bene. Simpatia intesa, dunque, come capacità di sentire l’altro non come un avversario ma come uno che vuole stare bene come te, come uno che vuole andare in Paradiso anche lui, quindi cerchiamo di andarci insieme.

Nella caratterizzazione dei personaggi che animano questo libro c’è una parte dedicata ai santi. Emerge la fede cattolica che è in te: che tipo di personaggi ci sono in questo capitolo?
Come amo dire, il mio è un cattolicesimo di rito romagnolo. Dio è romagnolo sicuramente, nel senso che è un tipo esagerato, capisce i romagnoli e le loro esagerazioni. Uno che ha fatto tutta questa roba è sicuramente un tipo esagerato. E siccome i romagnoli sono esagerati Dio è sicuramente romagnolo. Poi ci sono le storie meravigliose di santità manifesta o occulta sulla nostra terra; penso a quel tesoro che è Benedetta Bianchi Porro, penso a don Pippo (Giuseppe Prati, il santo dei forlivesi, ndr.) che stava a Forlì nella mia zona, e a tante altre persone anche nel ravennate, ma è una santità strana, non esibita, non barocca, però è una forza notevolissima. Parlo di persone semplici che però hanno lasciato un segno con la loro vita, la loro testimonianza. La loro storia è un po’ come quando si va al Mausoleo di Galla Placidia: non c’è una grande luce, però capisci che c’è una grande luminosità.

C’è anche tanta poesia in questo libro: che consiglio si sente di dare a un giovane poeta che si vuole cimentare in questo tipo di percorso?
Di fare come abbiamo fatto tutti noi poeti: di andare a bottega. L’arte si impara andando a bottega. Come io mi sono andato a cercare Luzi, Caproni, i grandi poeti di quando ero giovane, così chi aspira a diventare poeta si vada a cercare i poeti che ritiene bravi e si confronti con loro.