Don Luigi Maria Epicoco, scrittore, teologo e preside dell’Istituto Superiore Scienze Religiose Fides et Ratio ISSR dell’Aquila lo aveva già raccontato altre volte, ma ora la sua esperienza ha trovato echi nell’attualità degli ultimi mesi. E così nel suo ultimo libro “La speranza non è morta. Parole di fede in tempo di crisi” scritto con il giornalista Saverio Gaeta, torna a raccontare com’è nato il suo impegno sui social.

Luigi Maria Epicoco

Tutto nasce da una crisi, spiega, che ha elementi in comune con quelle vissute dall’intera Chiesa negli scorsi mesi. Nel 2009, quando il terremoto la distrusse, don Epicoco era il responsabile della parrocchia universitaria dell’Aquila: 3mila giovani che, dopo le prime scosse, furono ovviamente mandati a casa. E purtroppo 54 di loro morirono. Da questa tragedia nacque, forse, il don Luigi Maria Epicoco che conosciamo e che leggiamo, certamente nacque un nuovo stile di annuncio e un modo originale di parlare di Dio a tutti.

“Come parroco sono entrato in crisi poiché all’improvviso non avevo più la possibilità di parlare ai miei ragazzi, ormai sparsi per tutta Italia. In quel momento compresi – scrive il sacerdote nel libro – che comunque la mia responsabilità pastorale nei loro confronti continuava, e fu allora che decisi di aprire un profilo social. Ogni giorno celebravo la Messa, molto spesso da solo, e al termine scrivevo su Facebook poche parole, quelle che avrei voluto rivolgere agli studenti, come facevo durante la nostra consueta celebrazione serale”.

Oggi la pagina Facebook di don Luigi Maria Epicoco ha oltre 75mila follower ed il sacerdote è tra quelli che analisti del settore come Luigi Rancilio definiscono i principali “influencer” cattolici italiani.

“Mi sono accorto che quello spezzare la Parola – prosegue don Epicoco -, nato dall’esigenza di mantenere un rapporto vivo con la mia comunità, è man mano diventato una condivisione, un annuncio che si è allargato sempre di più, fino a raggiungere un popolo molto vasto”. Ma questo, prosegue il sacerdote è diventato anche lo spunto per riflettere su come, da cristiani, si può vivere questo nuovo linguaggio multimediale: “Quando la Chiesa utilizza questi strumenti, non può considerarli solo come una vetrina, cioè per mettere in mostra un prodotto, poiché noi non vendiamo alcun prodotto, né abbiamo bisogno di metterci in mostra. Dobbiamo invece considerarli una modalità per allargare le relazioni, un prolungamento di un rapporto reale, così da farli diventare qualcosa di veramente utile”.

Questa opportunità che si è ripresentata anche in questo periodo di pandemia, pur nella drammaticità della situazione, “è un’occasione unica per tutti i membri della Chiesa di scoprire un linguaggio che non elimina, bensì si integra a quello precedente, consentendo un’ulteriore modalità per annunciare il Vangelo”.

“Adoperarsi in questo ambito è intendere in maniera rinnovata anche l’invito fatto da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium quando ci sollecita ad essere ‘Chiesa in uscita’: Non stava parlando semplicemente di andare a fare pastorale in zone periferiche delle nostre città, ma di recarci in tutte quelle periferie che cominciano fuori dalle nostre sacrestie, fuori dalle mura delle nostre parrocchie. E non è forse il mondo dei social, il mondo virtuale, un mondo che ha bisogno di incontrare Cristo e il suo Vangelo? Non è forse questo un modo per stare vicino alla gente, per parlare al cuore delle persone, per intercettare i “lontani”?”