Il lungo, interminabile, applauso all’uscita del feretro, tra due ali di folla. La palpabile commozione all’interno della chiesa. E poi tanta gente, dentro e sul sagrato, sedute nel rispetto delle norme anti-Covid, e fuori davanti alla chiesa, a guardare la cerimonia sul maxischermo allestito per l’occasione. Ravenna, nelle sue varie anime, ha dato l’ultimo saluto a don Ugo Salvatori, deceduto nella notte tra venerdì e sabato probabilmente a causa di un ictus.

A dare supporto e sostegno ai famigliari, alla sorella Edda, e a Stefania, la perpetua che lo ha seguito per anni, i tanti sacerdoti e l’arcivescovo emerito, monsignor Giuseppe Verucchi, poi le tante autorità presenti: quelle civili, dal sindaco Michele de Pascale al vicesindaco Fusignani, dagli assessori Cameliani e Fagnani all’ex sindaco e senatore Mercatali, dal Prefetto di oggi Enrico Caterino a quello di ieri Fulvio Della Rocca, e quelle militari (il comandante dei Carabinieri di Ravenna, Roberto De Cinti, e il nuovo comandante della Guardia di Finanza di Ravenna, Andrea Mercatili). E poi il mondo dell’associazionismo e del volontariato, i parrocchiani e le tante anime che hanno aiutato don Ugo in tutti questi anni a far crescere quello che don Paolo, a chiusura della cerimonia, ha definito “il grande albero della carità”. Ovvero, le tantissime “attività pastorali, educative, caritative, liturgiche, che aveva in gran parte iniziato lui – come ha ricordato monsignor Ghizzoni, che ha celebrato la Messa – e che portava avanti con l’aiuto di una schiera di volontari, di parrocchiani, di conoscenti che venivano da ogni parte della città, e coinvolgendo i tanti ospiti del dormitorio, della mensa, anche gli stranieri, gli immigrati, i carcerati. Si fidava dei poveri, insomma!”.

Un’attività instancabile, costante che ha fatto sì che la Chiesa parrocchiale di San Rocco e i suoi ambienti parrocchiali diventassero “un centro non solo per i fedeli, ragazzi o adulti, giovani o famiglie, che vengono per la preghiera, la catechesi, ma anche un luogo di accoglienza – ha aggiunto monsignor Ghizzoni – per le tante necessità dei più poveri. Ha ascoltato e accolto, aiutato e consigliato, consolato e guidato tante persone. Con lucidità, ironia, con una carica spirituale e una carità tipica del pastore. La sua attività assistenziale e caritativa, infatti, è stata segnata fin dall’inizio del suo sacerdozio dalla spiritualità di don Lolli e dell’Opera di S. Teresa, di cui era un oblato. Era la carità generata dal desiderio di essere un “prete pastore” delle anime e dei corpi, dove le opere di misericordia corporale si assommavano a quelle di misericordia spirituale. Con un occhio speciale per gli ultimi, ma anche per i suoi parrocchiani e per la città intera. Su sua iniziativa, negli anni, aveva realizzato e gestiva con l’aiuto indispensabile delle Suore e dei volontari laici, la mensa di fraternità, il dormitorio Buon Samaritano, la casa di accoglienza per minori non accompagnati Arcobaleno, la scuola per stranieri. Accoglieva immigrati, stranieri, carcerati agli arresti domiciliari, altri impegnati nei lavori socialmente utili. Ha cercato casa e lavoro per tanti. Ha dato aiuti economici, anche quando era in rosso. Ha coinvolto anche me su alcuni casi di forte bisogno, favorendo anche la carità del vescovo! Aveva voluto la Fondazione San Vincenzo de’ Paoli per la gestione della omonima scuola paritaria, e la Fondazione San Rocco onlus, per gestire alcune case di riposo (ora due) pensate per dare un ambiente di famiglia agli anziani, sempre grazie anche all’aiuto delle diverse famiglie di Suore, che ha saputo coinvolgere in tutte le sue attività”.

Un’eredità bella, profonda, radicata, molteplice: questo lascia don Ugo alla sua comunità. “Un’eredità difficile da gestire, soprattutto per una sola parrocchia e per un parroco – evidenzia con consapevolezza l’Arcivescovo -. Abbiamo certamente l’aiuto dei tanti laici che negli anni lo hanno affiancato e che continueranno a dare il loro impegno. Ma ci vorrebbe un altro come lui! Certamente Gesù, il Buon Pastore che ama la sua e nostra Chiesa, e anche don Ugo dal cielo ci aiuteranno a fare discernimento su ciò che è meglio fare oggi per la diffusione del Vangelo della carità, per la vita della Chiesa di Ravenna–Cervia e per i bisogni della città. Ma le sue qualità, la sua intraprendenza, il suo coraggio e il suo carisma personale, ci mancheranno”.

E sulla carità ha insisito anche con don Paolo Szczepaniak, che ora reggerà la parrocchia, nel saluto finale, quando ha ricordato che “nostra sorella morte arriva nel momento in cui non la aspettiamo bussando alle porte dei nostri cuori. Ha bussato al grande cuore del nostro amatissimo Ugo, annunciando a lui la fine del suo percorso terreno, chiudendo gli occhi che guardavano ogni giorno la crescita del grande albero della carità“. Don Paolo ricorda la chiesa strapiena (allora non c’era il Covid) tre anni fa per i 50 anni dell’ordinazione a sacerdote di don Ugo: “In quell’occasione dicemmo che don Ugo era una tessera del mosaico. Oggi, San Rocco si è riempita di nuovo per accompagnare don Ugo alla casa del Signore, dove farà parte del grande mosaico eterno, di cui il Signore è l’artista stesso”.